Alaska XL #13 | Il Gospel delle Pistole

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Ben ritrovati, buon anno nuovo, e ancora un ringraziamento ai quasi 900 nuovi abbonati a Radio Popolare. Vi ho lasciato con uno speciale sugli ultimi eventi che riguardavano l’NSA e le rivelazioni sulla sorveglianza elettronica, e le riprenderemo con un aggiornamento nella quarta parte della puntata di oggi. Intanto quasi tutti i più importanti attivisti della rivoluzione egiziana sono in carcere, manifestare è vietato, centinaia di detenuti politici dei Fratelli Musulmani e non sono in sciopero della fame, gli arresti non stanno risparmiando neanche i giornalisti, e fra due giorni si vota per la costituzione-farsa che dovrebbe aprire il percorso della roadmap che potrebbe culminare nella candidatura del maresciallo Sisi alle elezioni. Ma prima, il piccolo racconto su una realtà poco conosciuta – quella dei rapporti fra le case produttrici di armi da fuoco e le riviste di settore – da cui la puntata di oggi prende il titolo: la cacciata dalla rivista Guns & Ammo del noto commentatore ed esperto di armi Dick Metcalf.

? “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la prima parte di oggi:

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Alaa Abd El Fattah è in carcere dal 28 novembre, e una data per il verdetto a suo carico non è ancora stata fissata. Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel del movimento 6 aprile stanno scontando la loro condanna a tre anni di carcere. Il 30 dicembre sono stati arrestati all’hotel Marriott il giornalista egiziano-canadese Mohamed Fahmy, esperto di Sinai che lavora per CNN e Al Jazeera e che su Twitter conoscete come @Repent11, insieme al giornalista australiano Peter Greste e a un collega egiziano, tutti adesso detenuti nel carcere di Tora accanto ad Alaa e ai metri del 6 aprile. 450 membri in carcere dei Fratelli Musulmani hanno cominciato uno sciopero della fame, e Ahmed Maher e gli altri stanno usando lo stesso sistema per negoziare con le autorità carcerarie le condizioni della loro detenzione (visite, libri, ore d’aria, strumenti per la scrittura). E’ evidente il tentativo di tenere attivisti, blogger e reporter lontani dal referendum e dal terzo anniversario del #Jan25, la repressione contro le manifestazioni di queste settimane nelle università, l’intimidazione dei giovani eroi della rivoluzione attraverso la diffamazione con finte intercettazioni (quelle che in queste ore hanno spinto Wael Ghonim ad annunciare che lascerà di nuovo l’Egitto in esilio volontario). Tutto ciò che la rivoluzione aveva fatto salire in superficie sta tornando nella clandestinità. Oggi voglio dedicare questa parte centrale di Alaska a quello che in tanti hanno scritto per questi detenuti politici e simboli della rivoluzione, nella generale indifferenza internazionale.

Omar Robert Hamilton, regista di documentari, fra i creatori dei collettivi Mosireen e Kazeboon, è figlio della scrittrice Ahdaf Soueif e cugino di Alaa, e sta cercando di tenere viva la campagna per la sua liberazione. Il 2 gennaio ha scritto una riflessione straziante per Mada Masr sulla prigionia di Alaa e lo stato in cui versa la rivoluzione. Ve l’ho tradotta qui.

? “Slow Revolution” di Alexi Murdoch

Ecco la seconda parte di oggi:

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La nostra Laura Cappon è andata a trovarle Omar Robert Hamilton a casa sua, per conoscere le condizioni della carcerazione di Alaa e per parlare un po’ della situazione di questi giorni (trovate l’audio nel podcast qui sotto).

E se Alaa sta lottando in carcere per il diritto a scrivere lettere, molti altri ne stanno scrivendo per lui e per gli altri detenuti politici. Qui Shahira Hamin per Index On Censorship che scrive dell’arresto dei giornalisti di Al Jazeera. Qui Alia Manallam che scrive di Alaa. Qui Bilal Fadl che scrive un breve messaggio per Alaa. Qui Nancy Youssef che per McClatchy si è finta un’amica del reporter Mohamed Fahmy ed è riuscita a fargli visita in carcere. Qui Robert Mackey per The Lede sulla situazione complessiva dei detenuti d’opinione di queste settimane. Qui l’attore Holt McCallany che chiede la liberazione di Ahmed Maher. Qui la dichiarazione su Facebook di Ahmed Maher, Ahmed Douma e Mohamed Adel sulla loro trattativa con le autorità carcerarie attraverso lo sciopero della fame. Qui Wael Eskandar sulle false intercettazioni telefoniche e il tentativo di diffamazione degli attivisti del #Jan25, e qui un riassunto di Egyptian Chronicles sulla dichiarazione con cui Wael Ghonim annuncia su Facebook che lascerà l’Egitto. Qui l’editoriale con cui il Toronto Daily Star chiede al governo canadese di intervenire per la liberazione di Mohamed Fahmy. Qui la petizione di 40 giornalisti internazionali per chiedere alle autorità egiziane la liberazione dei colleghi incarcerati. Qui Lina Attalah, e qui Jillian C. York, che scrivono entrambe di Alaa. Qui il racconto dell’arresto di Alaa scritto su Facebook da sua moglie Manal il 9 gennaio e tradotto dall’arabo da Ahdaf Soueif.

? “Heaven” dei Milk Carton Kids

Ecco la terza parte di oggi:

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E come va la vicenda NSA-Snowden? L’anno si è chiuso con alcune riflessioni interessanti (qui Jay Rosen, qui su ProPublica il prospetto di tutte le cause contro l’NSA dal 2006 ad oggi, qui la riflessione di Murtaza Hussain per Al Jazeera su come la vera rivelazione di Snowden sia stata la straordinaria irrilevanza della massiccia raccolta di metadati ai fini dell’anti-terrorismo), e con il clamoroso resoconto di Jacob Appelbaum sulla militarizzazione di internet alla conferenza degli hacker 30c3 in Germania (qui il video, qui la trascrizione). L’anno nuovo si è aperto con le centinaia di accademici di tutto il mondo firmatari di un appello contro la sorveglianza di massa, con un editoriale del Guardian a favore del perdono per Snowden il 1° gennaio, seguito il giorno dopo da un assai meno ovvio editoriale dello stesso tenore del New York Times, che in precedenza non era stato così deciso e anzi a tratti sfavorevole. Subito dopo, la public editor del NYT Margaret Sullivan ha raccontato da quante settimane al giornale si discuteva se pubblicare o no quell’editoriale. A rappresentare il punto di vista esattamente contrario alla clemenza a Snowden ci pensa Fred Kaplan per Slate. In chiusura, una bella intervista di Natasha Lennard con Glenn Greenwald per Salon su come “la sorveglianza genera conformismo”.

? “Throw your arms around me” di Eddie Vedder & Neil Finn

Ecco la quarta parte di oggi:

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the book list #11

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I know, the list was missing for too long. The last year, amidst radio and Twitter and travelling, has been very messy, and I have been reading less than I would have liked. I am now making up for lost time taking advantage of the fall, and here is a list of my best reading of late, just the best, though these are mostly a specific kind of essays and memoirs.

Jim Harrison, Off to the side – le memorie travestite, mescolate, anticronologiche, piene di menzogne che svelano acute verità, da uno dei più grandi scrittori americani viventi, con le radici ben piantate nel passato nativo-americano/a disguised, mixed up, anti-chronological memoir that reveals stinging thruths by way of lying, from one the greatest living American writers, his feet firmly planted in the soil of the native-american past.

Lisa Moore, February/”L’inverno che Helen O’Hara smise di sognare” – un piccolo capolavoro canadese del 2011, un romanzo che si muove avanti e indietro nel tempo attraverso il lutto di Helen, giovane vedova di Cal, rimasto ucciso nell’affondamento di una piattaforma petrolifera avvenuto davvero nel febbraio del ’92 a Terranova, di cui lei resta innamorata per molto tempo mentre cresce i loro figli/a tiny Canadian masterpiece from 2011, a novel that shifts in and out of time through the mourning of Helen, young widow of Cal, killed in the real drowning of an off-shore platform in Terranova in February 1992. Helen stays in love with him for a long time after he’s dead as she raises their kids.

Hervé Guibert, “Lettere dall’Egitto”/Lettres d’Egypte – un racconto di viaggio a metà fra parole e fotografie in bianco e nero (di Berger), fra lettere e diario, probabilmente il libro che più sta condizionando quello che sto cercando di scrivere adesso.

Rebecca Solnit, Infinite City, a San Francisco Atlas - meraviglioso librone di mappe tematiche e a contrasto che narrano le storie più belle di San Francisco/ a wonderful big book of maps by themes and contrasts telling the most compelling stories of San Francisco.

Alexander McCall Smith, The importance of being seven + Bertie plays the blues, gli ultimi due episodi della saga di 44 Scotland St a Edinburgo, delizioso come sempre e un piccolo pilastro di buone maniere e civiltà/the latest two episodes of the Edinburgh 44 Scotland St saga, as lovely as usual and a tiny pillar of civility.

Tim Parks, “Insegnaci la quiete”/Teach us to sit still – lo scrittore inglese trapiantato a Verona, laicissimo e scettico duro a morire, viene spinto da un malanno verso la meditazione, e racconta cosa scopre sul silenzio/the long-time transplanted in Verona British writer, an absolute secular and die-hard skeptical, is pushed by illness towards meditation and tells what he finds out about silence.

Wael Ghonim, “Rivoluzione 2.0″/Revolution 2.0 – il racconto autobiografico della costruzione segreta su Facebook della rivoluzione egiziana dal giovane che l’ha letteralmente inventata, e che è andato in carcere mentre Tahrir veniva liberata/a memoir about the secret Facebook building up the to the Egyptian revolution from the young guy who literally invented it, and who went to jail while Tahrir was liberated.

Ahdaf Soueif, Cairo, my city our revolution/”Cairo , la mia città la nostra rivoluzione “- il memoir della rivoluzione vissuta dietro le quinte da una grande scrittrice esule e diretta protagonista, il libro più bello e prezioso che ho mai letto sulla rivoluzione egiziana e uno dei più appassionanti che abbia letto negli ultimi anni/a memoir of the revolution behind the scenes from a great writer and direct player, the most beautiful and precious book I’ve ever read about the revolution in Egypt and one of the most compelling I’ve happened to read in the last few years.

Walter Isaacson, “Steve Jobs”/Steve Jobs – il più completo, e semi-autorizzato, racconto della vita di una delle figure chiave dei nostri tempi, non necessariamente sempre piacevole ma imprescindibile/the most complete, and semi-authorized, account of the life of one of the key characters of our time, not necessarily always pleasant but unmissable.

Andre Agassi, “Open”/Open – l’avventurosa e franca autobiografia di un campione del tennis che ha sempre odiato l’unica cosa che ha mai saputo fare bene in vita sua, ed è riuscito a trovarne un’altra/the adventurous and honest autobiography of the great tennis player who always hated the one thing he was ever good at, and who was able to find another one.

Siri Hustvedt, “La donna che trema”/The shaking woman, or a history of my nerves - una sorta di thriller che si avventura nei meandri del funzionamento del cervello e della psiche femminile alla ricerca di una risposta della scrittrice di Brooklyn alle sue misteriose crisi neurologiche/a kind of thriller venturing into the workings of the brain and of the female psyche trying to track down the reasons for the mysterious neurological crisis of the Brooklyn writer.

Joan Didion, “Blue nights”/Blue Nights – il seguito ancora più doloroso e duro di “L’anno del pensiero magico”, dall’ormai anzianissima e gigantesca autrice americana di memoir/the even harder and more painful sequel to The year of magical thinking from the now very old giant of American essay.

Jonathan Franzen, Farther away/(non ancora tradotto) – un’altra raccolta di saggi lucidissimi sulla vita contemporanea, fra i quali lo straordinario pezzo per il New Yorker dedicato alla morte dell’amico David Foster Wallace/one more collection of very bright essays on contemporary life, including the extraordinary piece he wrote for the New Yorker about the death of his friend David Foster Wallace.

Miranda July, It chooses you - July continua a crescere, e qui racconta di come si era bloccata durante la stesura della sceneggiatura del suo ultimo, bellissimo film “The Future” (sull’amore, il tempo e l’entropia) e si era messa a cercare le persone più povere e particolari che mettevano annunci economici sul giornale PennySaver per intervistarle, un’esperienza decisiva che le ha anche fatto trovare Joe, che compare nel film come se stesso e dà anche voce al personaggio più surreale, la Luna/ July keeps growing, and here she tells about how she got stuck during the writing of the screenplay for her latest beautiful film, The Future (about love, time and entropy) and put herself in a search to conduct interviews with the poorest and very special people that put ads in the PennySaver, a transformative experience that also led her to find Joe, who stars in the movie as himself and also lends his voice to the most surreal character, The Moon.

Annie Proulx, Bird Cloud – dall’autrice di “Brokeback Mountain”, un saggio autobiografico sulla costruzione impossibile di una casa nel mezzo della natura selvaggia del Wyoming, una storia di famiglia e di solitudine, di libri e di operai edili, di meteorologia e di uccelli, di cervi e lupi e impronte di dinosauro, stranamente freddo in confronto ai suoi romanzi ma difficile da posare una volta cominciato/from the author of Brokeback Mountain, a memoir about the impossible building of a house in the middle of Wyoming wilderness, a tale of family and solitude, of books and construction workers, of weather and birds, of deer and wolves and dinosaur tracks, strangely cold if compared to her novels but hard to put down.

instancabili

Un po’ di ispirazione per la rivoluzione. Gli attivisti egiziani di #Jan25, che hanno creato un modello dal basso che oggi viene seguito dal Wisconsin a Londra alla Spagna (e che comincia ad affascinare, per ora senza un manifesto comune, anche l’Italia), parlano oggi delle sfide molto più complesse che sta affrontando l’Egitto a tre mesi dalla caduta di Mubarak. Wael Ghonim, invitato al Google Zeitgeist (dai suoi ex datori di lavoro), viene intervistato da Jon Snow di Channel 4 (segnalatoci da Nomfup) e racconta, con il consueto senso dell’umorismo, il suo punto di vista sulla trasparenza e il ruolo della rete, il cambiamento negli equilibri di potere fra utenti e fornitori di servizi (oltre che fra utenti e dittatori) e con quale filosofia partirono i primi flashmob che portarono all’occupazione di  piazza Tahrir. Altri esponenti di spicco di #Jan25 – lo scrittore Alaa al Aswani, i giovani attivisti Hossan el Hamalawi, Alaa Abdul Nabi e Nour Nour  intervistati al Cairo dal Guardian, spiegano cos’è l’ombra del settarismo religioso e qual’è la sfida più grande del processo di democratizzazione del paese: la corruzione diffusa in tutti i settori e nel costume nazionale. “C’è un mini-Mubarak ad ogni livello di ogni istituzione”, dicono. Ricorda qualcosa? Qui il video.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

? La canzone di oggi era “These boots are made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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turisti per caso

(la lettera dell’Ambasciata di Siria a Washington sulla deportazione in Iran di Dorothy Parvaz di Al Jazeera – clicca sull’immagine per ingrandire)

 

Dorothy Parvaz, la giornalista di Al Jazeera in inglese con passaporto iraniano, canadese e americano scomparsa da 13 giorni in Siria dove era inviata dalla sua emittente, è stata deportata in Iran dal governo siriano, e dopo questo annuncio, di lei ancora nessuna notizia. Oggi i suoi colleghi fanno circolare su Twitter il freddo comunicato dell’ambasciata siriana a Washington, che spiega che la Parvaz ha cercato di entrare come turista ma è stata riconosciuta come giornalista. E in Siria i giornalisti stranieri non possono entrare, l’unico modo è tentare di entrare come turisti, esattamente come ha fatto, a suo rischio e pericolo, Martin Fletcher del Times, che racconta la sua incursione a Homs al telefono con Sky News.

Intanto si sono chiusi a Oslo i lavoro del Freedom Forum sui diritti umani, che ogni anno raccoglie interventi e riflessioni da ogni parte del mondo. Fra i relatori quest’anno molte delle voci della rivolta e degli attivisti web di Tunisia ed Egitto, a cominciare da Lina Ben Mhemni (A Tunisian girl), Mona Eltahawi. Ali Abdulemam non ha potuto partecipare perché detenuto e scomparso da settimane in Bahrain. A presentare il suo caso e molti altri, compreso quello dei suoi parenti sotto corte marziale, l’instancabile Maryam Alkhawaja, che può viaggiare solo perché lavora negli Stati Uniti. Ecco il video del suo intervento, che fra l’altro ha aperto i lavori di Oslo. In chiusura è intervenuto via videoconferenza anche Wael Ghonim, la “testa” della rivolta egiziana e l’ideatore della pagina facebook “We are all Khaled Said”, con lo sguardo ampio, ottimista e articolato che lo contraddistingue.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

? La canzone di oggi era “Wharane Wharane” di Khaled, che suona domani alla nostra Extrafesta, Carroponte di Sesto San Giovanni

Ecco la puntata di oggi:

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girls & boys

Ieri Nomfup ha postato (e ci ha gentilmente girato) la nuova “instant hit” del movimento di piazza Tahrir, bella ed emozionante, realizzata dal musicista Tarek Geddawi. Chi non l’ha sentita in trasmissione o non ha visto il video trova tutto qui o può cliccare qui sopra.

Sabato, ore 19.30 italiane. Twitter si anima improvvisamente di messaggi dal movimento dei giovani di #Jan25. Siamo alla sede della polizia segreta di stato, a Nasr City (sobborgo residenziale del Cairo). Stiamo facendo irruzione nell’edificio di Amn Dawla. Siamo più di mille. Forse è stata una soffiata, qualcuno ha avvisato il movimento che all’interno delle sedi della polizia segreta in città si stava procedendo alla distruzione di documenti e dossier relativi ai detenuti politici e ai casi di tortura sotto il regime di Mubarak. Ragazzi e ragazze entrano, tutti armati di telefonini e piccole videocamere. Si dividono i compiti, chi fotografa, chi sfoglia, chi riprende, chi twitta. Riescono a scendere due dei sei piano sotterranei dell’edificio. Continuano a twittare in tempo reale. C’è una donna che cerca il fratello, scomparso dal 2005. Ci sono due ragazzi del movimento che vogliono rivedere le celle dove sono stati detenuti, uno per 12 giorni, l’altro per 17. Twittano di come si sentono a rivederle. Trovano montagne di documenti ridotti, forse da un paio di giorni, a striscioline di carta. trovano il dossier di Khaled Said, la cui uccisione ad Alessandria aveva dato il via alla rivolta. Lo fotografano pagina per pagina e lo spediscono a Wael Ghonim, che a Khaled ha dedicato la pagina di facebook da cui è partito tutto il movimento. Raccolgono frammenti strappati e bruciati. Girano video. Trovano strumenti di tortura. Li fotografano (trovate tutti i link alle foto nei tweet e RT di Alaska di sabato sera). Intanto fuori l’edificio è ormai circondato dall’esercito. I ragazzi escono a mani alzate e si lasciano perquisire per dimostrare di non aver sequestrato documenti. Rifiutano di andarsene finché non arriva il procuratore generale, al quale vogliono esporre le loro denunce per torture. Il procuratore accetta di parlare con loro. Ottengono di formare un cordone di civili intorno all’edificio per proteggere i documenti superstiti, che vengono messi in salvo. Il giorno dopo, di nuovo a sorpresa, mentre i nuovi ministri giurano a palazzo sotto la guida del nuovo Primo Ministro ad interim Essam Sharaf, fanno irruzione in un altra sede della polizia segreta, a Lazoghly. Armati di cellulari, videocamere e laptop, si inventano un ariete e sfondano la porta. Potete vederli, con nomi e cognomi, qui (nel podcast l’audio del video). Ma stavolta va male. Trovano documenti, videocassette, altre celle, ma fuori ci sono i carriarmati. Fa buio, i ragazzi escono e vengono prima aggrediti da un gruppetto di sostenitori di Mubarak con sassi e coltelli, e poi cantano davanti ai carriarmati, fermissimi. I soldati cercano di respingerli, cominciano a sparare in aria. Qualcuno viene colpito con i teaser, 27 ragazzi vengono arrestati, e rilasciati soltanto il giorno dopo. Il movimento #Jan25 insiste che nessun civile, nemmeno i banditi che li hanno aggrediti a piazza tahrir e domenica a Lazoghli, vengano processati dai tribunali militari. Tutte le loro azioni sono improntate al ripristino della legalità. Sapendo quanta paret della società egiziana sia coinvolta nello spionaggio, nei sequestri e nelle torture, quello che immaginano per il futuro dell’Egitto è una sorta di Tribunale per la Verità e la Riconciliazione sul modello di quella sudafricana. Ieri il procuratore generale ha emesso un mandato d’arresto per 47 ufficiali dell’esercito egiziano per occultamento e distruzione di documenti d’archivio della polizia segreta.

L’attivista americana Naomi Wolf analizza il ruolo centrale delle donne nelle insurrezioni in Medio Oriente. Finalmente un’analisi sul perché il nuovo impiego dei social media va incontro al modello non verticale di leadership femminile. L‘originale qui.

? La canzone di oggi era la “instant hit” del movimento di piazza Tahrir composta e cantata da Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

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la ragnatela del mondo

La twitter cloud studiata e animata da Amy Davidson dei tweet e retweet prima e dopo le dimissioni di Mubarak (via Daily Dish)

Oggi alcune riflessioni sul ruolo della rete in quello che si sta muovendo nel mondo arabo (mentre Obama a San Francisco incontrava ieri sera a San Francisco Steve Jobs/Apple), Mark Zuckerberg/facebook) e Eric Schmidt/Google); i più svegli sono quelli del New York Times. Qui James Glanz sulle restrizioni a Internet durante gli scontri in Bahrein (sul Twitter di Alaska stiamo seguendo quello che accade: centinaia di migliaia in piazza Tahrir al Cairo per omaggiare i martiri e ribadire le richieste della rivoluzione, giornalisti stranieri bloccati in aeroporto in Bahrein mentre la polizia spara sulla folla, e ancora la Giornata della Collera in Libia e le proteste che proseguono in Yemen). Qui Il Post riassume i dati del NYT sull’età anagrafica delle popolazioni in alcuni paesi e quella dei loro leader. Qui il post di Jennifer Preston su come i rappresentanti di facebook tengano un basso profilo sul ruolo che ha il social network nelle rivolte. Qui il Post riassume James Glanz e John Markoff su come il governo egiziano aveva bloccato la rete.

? Le musiche di oggi erano dei Radiohead, “Bodysnatchers” e la nuova canzone “Lotus Flower” diffusa oggi così.

Ecco la puntata di oggi:

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Piazza pulita

(piazza San Bernardino all’Aquila, via Miss Kappa)

La prima cosa che vedrete su Twitter fra i nostri contatti egiziani, è che molti di loro da venerdì scorso hanno cambiato le icone del proprio profilo: dopo 18 giorni di stretto anonimato, di nickname e di tentativi per non far incrociare informazioni personali su di loro alla polizia militare, adesso si fanno avanti con le loro vere facce, pubblicando anche fotografie che li ritraggono in piazza, nelle strade, davanti al palazzo della tv di stato, davanti al museo egizio e alla sede del Parlamento. Nel fine settimana sono tornati a casa a dormire, a lavorare, a studiare, a ritrovarsi con le famiglie e gli amici. Molti di loro dicono che stanno “solo ricaricando le batterie”, perché i 18 giorni di piazza Tahrir hanno cambiato tutto, e vogliono restare protagonisti della lenta e complessa rivoluzione. Dopo il trionfo della piazza Tahrir di venerdì sera – che dopo la puntata in onda abbiamo seguito tutti insieme su Twitter, in diretta su Radio Popolare e grazie alle immagini di AlJazeera – la situazione al Cairo è solo apparentemente tranquilla. I reporter che non sono residenti al Cairo sono ripartiti, e i manifestanti hanno completamente ripulito la piazza dalla spazzatura e dalle tende dopo giorni di presidio, ma a Tahrir restano piccoli gruppi o singole persone a protestare per varie questioni individuali legate al lavoro e al salario. L’esercito, che si è fatto carica della transizione verso la democrazia dopo la cacciata di Mubarak, ha posto loro diversi ultimatum e il rischio è che usi la forza per sgomberare i pochi dimostranti rimasti. L’ironia della cosa non è sfuggita ai twitterer del movimento, che per sicurezza continuiamo a tener d’occhio: commentavano sul fatto che l’esercito conosce un solo modo di fare le cose, cioè da esercito, e si scambiavano battute sull’enormità di fidarsi dei militari affidando proprio a loro il compito, in pratica, la transizione verso il momento in cui l’Egitto sarà libero dalle leggi di emergenza e si potrà manifestare liberamente senza essere sgomberati, un Egitto in cui la Costituzione prevederà la formazione spontanea di legittimi sindacati dei lavoratori. La sorveglianza del movimento verso i militari è molto forte, una fiducia che potrebbe essere messa in discussione in ogni momento con un riaccendersi delle proteste. Intanto il colossale ritratto di Mubarak è stato rimosso dalla sala del governo, e ieri Wael Ghonim e gli altri organizzatori del 25 Gennaio si sono incontrati con il Consiglio Supremo dell’Esercito per tracciare la road map verso la nuova Costituzione, che dovrebbe essere implementata secondo i desideri dei manifestanti entro due mesi, per preparare la strada a nuove libere elezioni a settembre e la legalizzazione di tutti i partiti politici che vorranno concorrere. Nel frattempo, gli scioperi dei lavoratori proseguono in varie città dell’Egitto, oggi va in onda su AlJazeera lo speciale sulle persone sparite durante la rivolta del cairo che SherineT ha preparato nei giorni scorsi quasi sotto i nostri occhi, e i ragazzi del movimento stanno tenendo d’occhio la miccia che da venerdì pare bruciare – con tutte le debite differenze -verso Algeria, Tunisia, Siria, Yemen, e perfino il Bahrein, dove si sta rivoltando la minoranza sciita che costituisce la bassa manovalanza del paese e oggi è morto un ragazzo colpito ieri da un proiettile; sulle nostre coste meridionali, così intrinsecamente nordafricane, sbarcano in queste ore migliaia di giovani tunisini in cerca di lavoro). E siccome la domanda di tutti oggi sembra essere “ma che cosa sappiamo del Bahrein?”,  Qui un’esplorazione delle questioni legate a Internet in Bahrein e qui il manifesto della loro manifestazione di ieri. Nella ricchissima Arabia Saudita sono molto preoccupati per la mutazione dell’Egitto, e in Iran ieri migliaia di manifestanti sono tornati per le strade, a farsi pestare e disperdere dalla polizia con i gas lacrimogeni, in una situazione che i giovani egiziani seguono con tragica trepidazione perché hanno la sensazione che la situazione iraniana sia molto più complicata della loro. Non sono pochi quelli su Twitter che lanciano messaggi ai follower italiani: e voi che cosa aspettate? La prima risposta sono state le centinaia di migliaia di donne e uomini del “Se non ora, quando?” di domenica 13 febbraio, la nostra prima piazza senza la lingua morta della politica, percorsa da una grande ammirazione per il movimento egiziano. Secondo il Washington Post di ieri, la situazione dell’Italia è così ambigua e compromessa da indebolire tutte le lezioncine di democrazia dell’Unione Europea al Nord Africa. Intanto nella stessa giornata in cui si svolgevano le grandi manifestazioni del “se non ora, quando?”, all’Aquila gli abitanti pulivano una volta per tutte – da soli e a mani nude – la spettacolare scalinata della chiesa di San Bernardino, infestata dalle erbacce e ancora ingombra di macerie dal terremoto. Ce lo racconta dall’Aquila l’infaticabile Anna, alias Miss Kappa.

? La canzone di oggi era “Revolution #1″ dei Beatles

Ecco la puntata di oggi:

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red

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I’ve been engulfed in covering and following the revolt in Cairo via Twitter for days. Today I saw the way blogger Wael Ghonim in the crowd in Tahrir square has answered to a foreign journalist asking a question in English about how far they are willing to go. He was wrecked after 12 days spent blindfolded in prison, but his black eyes suddenly changed. He looked at the reporter and said “remember, we will do what we have to do”. I wonder what has disappeared from OUR black eyes.

negli occhi di @Ghonim e di Daniel

(la preghiera a Tahrir)

Ieri la rete è stata tempestata di messaggi che invocavano la liberazione di Wael Ghonim, il giovane rappresentante di Google Egitto arrestato da 12 giorni, la più lunga detenzione dei giorni di protesta in Egitto; il Ministero degli Interni aveva annunciato la sua liberazione per le quattro del pomeriggio egiziane, e la notizia del suo rilascio ha circolato su Twitter per poi essere smentita; solo ieri sera la conferma ufficiale anche dalla famiglia, contattata dai twitterer, ma soprattutto i primi tweet scritti di suo pugno da Wael. Ghonim ha rilasciato un’intervista in arabo alla giornalista di Dream TV con cui aveva parlato per ultima prima di essere arrestato, e non parlerà con i media stranieri. Qui trovate il video e qui la trascrizione in inglese (ve la traduco in italiano qui sotto nel podcast). Oggi i suoi tweet sono rilanciati da migliaia di persone sugli hashtag #Egypt e #Jan25. Intanto la piazza Tahrir, organizzatissima, torna a riempirsi, e la rivolta è lungi dallo scemare. Un’altra testimonianza di prima mano degli arresti arriva da Daniel Williams, operatore per i diritti umani arrestato e poi liberato la settimana scorsa, che ha raccontato tutto al Daily Beast (ve lo traduco in italiano qui sotto nel podcast).

? La canzone di oggi era “Ladder song” dei Bright Eyes

Ecco la puntata di oggi:

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