Tag Archives: twitter

non è che se ne va

IMG_2911

Paul Mason ha scritto ieri di una questione che, fra le storie da cui mi sento travolta in questi giorni, potrebbe sembrare minuscola: lo “spopolamento morale” di Twitter man mano che diventa più affollato –  il trolling organizzato, le minacce personali, gli insulti alle donne, ma anche l’autocensura preventiva per evitare fastidi. Il generale restringimento, insomma, di quel clima accogliente, informale e sicuro che lo aveva attratto all’inizio. Sono d’accordo con lui su molti punti, ma soprattutto sul fatto che dobbiamo accettare che più grande diventa l’ambiente pubblico in cui ci incontriamo, e più questo riprodurrà gli stessi esatti comportamenti e sintomi della realtà sociale da cui emana (qui potete leggere Luca Sofri sulla discussione a proposito di “hate speech”). Con la differenza, direi, che se nella vita ci proteggiamo grazie alla cerchia dei nostri cari e dei nostri amici, qui ognuno è esposto all’incontro accidentale con un alto numero di “estranei”. E anche quelli che un tempo erano i “guardiani dell’informazione” ammettono che un’interazione così larga con i propri utenti non è sempre facile o comoda. Il che, fra l’altro, è uno dei suoi pregi. Il pezzo di Mason, però, mi ha riaperto una serie di dubbi che avevo accantonato dopo aver visto il nuovo menu di Twitter sul blocco degli utenti “molesti”.

Spesso il metodo più utile è ignorare le provocazioni. Così per la strada, così su Twitter. Così è sempre stato per vent’anni nel rapporto con gli ascoltatori della radio dove lavoro (che non usa filtri per le telefonate, e dove siamo spesso reperibili senza difficoltà), così era a parer mio nei forum, nelle chat e nei commenti, così è su Twitter. Cercavo, e ho sempre trovato, un equilibrio fra tutelarmi e non rinunciare a un dialogo interessante. Per la verità, ignorare non è sempre la via migliore: una delle cose che mi sono chiare dopo tutti questi anni è che chi esordisce con aggressività lo fa perché parte già dal presupposto che non verrà ascoltato, cioè che l’interlocutore sarà sordo o inavvicinabile. Quando riceve attenzione, scopre che non è così e spesso si ammorbidisce e dialoga, oppure (cosa che ho sempre trovato intrigante) perde interesse e si allontana. In ogni caso, almeno su numeri modesti, si riesce a stemperare la mistificazione dovuta alla distanza o a una presunta differenza di ruolo (io followed, tu follower). E non c’è paragone fra la minoranza di episodi sgradevoli e la stragrande maggioranza di interazioni positive e soddisfacenti. In questi anni mi sono sgolata a ripetere che Twitter è, a tutti gli effetti, uno spazio pubblico, e fino a qualche giorno fa mi bastava l’idea che se ciascuno degli utenti riusciva a mantenere un clima accettabile nel proprio scampolo di giardino, tutto l’ambiente ne avrebbe beneficiato. E’ semplice: quello che non farei mai a qualcuno che seguo, chiedo a chi mi segue di non farlo a me.

Finora, la semplice opzione “blocca” aveva risolto una manciata di situazioni. Non l’avevo mai usata con leggerezza (e mai per respingere un’opinione diversa dalla mia), ma mi era utile in qualche caso per “allontanare” un utente particolarmente aggressivo, o che attaccava briga (con me, o con altri mettendomi in mention a ripetizione), o per fargli capire che il suo tono mi offendeva. Alcuni utenti decisamente fastidiosi non li ho mai bloccati, anche quando mi tempestavano di mention mentre stavo lavorando a un livetweeting difficile. Alla fine non mi serviva altro, per mantenere civile l’habitat del dialogo con chi seguo e con chi mi segue, secondo parametri che, lo riconosco, erano del tutto soggettivi. Proprio come per la strada quando si avvicina uno sconosciuto, stava a me valutare se fermarmi a conversare, ad ascoltare o a fornire un’informazione, se tirare dritto o se rifuggire da un atteggiamento aggressivo, ristabilendo una distanza di sicurezza. Il tasto “blocca” aveva la stessa funzione del rimprovero o dello spintone che allontana il tizio sull’autobus che ti ha infilato le mani nelle parti intime (non succede sui social media, ma abbastanza facilmente sulle filovie milanesi, che sono a loro volta uno spazio pubblico). E ogni tanto mi è rimasto in mente, sì, che l’utente minaccioso bloccato da me sarebbe un giorno passato ad angariare qualcun altro, così come il cretino sull’autobus avrebbe messo le mani addosso a un’altra donna. Accettavo che questi episodi fossero indicativi dei problemi di una cultura, di un paese, e non mi sembrava che il vigile urbano, o il buttafuori metaforico all’ingresso di un social media, potesse rappresentare una soluzione.

Oggi, però, Twitter ha dovuto articolare molto più seriamente la possibilità di segnalare utenti molesti. Al contrario di altri social network, non ha mai fatto concessioni al monitoraggio dei propri utenti da parte dei tutori dell’ordine, in parte anche perché la sua ricchezza sta nel garantire serenità di lavoro a istituzioni di stampa importanti. Ma è innegabile che il diaframma fra minacce in rete e minacce nel mondo fisico sia qualche volta attraversabile (e non bisogna correre il rischio), e che più Twitter cresce e più deve trovare un modo per mantenere un clima accogliente per i propri utenti, tenendo alla larga i “malintenzionati”, o perlomeno mostrando che ha intenzione di occuparsene. Così, non mi ha stupito che da qualche tempo, se si apre l’opzione “blocca”, compaia un menù di scelte a mio parere abbastanza serio. Nessun problema a capire l’opzione “blocca” (che è uguale a prima), mentre credo che quella “spam” equivalga al caso delle e-mail (vendite, link avvelenati, comunicati promozionali a raffica); l’opzione “violato” immagino intenda un account che ci sembra sia uscito dal controllo del suo intestatario per essere manipolato o hackerato da altri; mi duole non trovare un’opzione “trolling organizzato” – che mi sarebbe tanto comoda per bloccare gli impiegati delle istituzioni del Bahrain, che trollano per ordini superiori chiunque si occupi degli abusi dei diritti umani nel loro paese, specialmente se giornalista e se donna, anche se esclusivamente in orario d’ufficio. Fra le nuove opzioni, però, la più seria, “offensivo”, richiede di consultare le “Regole di Twitter” e di compilare un modulo piuttosto accurato. Ed è questo, che mi ha mandato in crisi. Se prima bloccavo qualcuno perché lo ritenevo “offensivo”, ora mi viene data un’opportunità più meditata di considerare se quell’”offensivo” possa risultarlo altrettanto per altri, e in che modo, e perché – tanto da riportarlo alla “polizia” interna di Twitter. Il solo fatto che per compilare il modulo ci voglia del tempo mi fa pensare che pochissimi si prenderanno il disturbo di usarlo (anche quando potrebbe essere utile), ma di sicuro il motivo per cui non lo userò io è che al solo pensiero mi sento investita del nuovo ruolo di “vigilante di Twitter”: come per quei vecchi avvisi della polizia inglese nelle cabine telefoniche, veniamo incoraggiati a inviare la nostra delazione, che poi qualcuno provvederà a verificare. Per monitorare un ambiente con fantastilioni di utenti, ci fanno capire, bisogna che ognuno faccia la sua parte. La parte della responsabilità personale la capisco, e ho cercato di applicarla fin qui; la parte della denuncia interna, confesso, un po’ meno – o almeno non so risolverla secondo i miei principi, e non so se (anche imparando le “Regole di Twitter” a memoria) me la sento di abbaiare al trasgressore. A meno che non si tratti di un’evidente infrazione della legge, l’opportunità di segnalare ciò che considero “offensivo” mi mette in imbarazzo.

Alla fine, mi sa, la mia convinzione di principio – che accompagnare alla porta il molesto non risolva il problema – resta. E sta nel fatto che Twitter non risolverà, con nessuna policy interna, la vera questione che turba me e molti altri, e, mi pare, anche lo stesso Paul Mason. Che non è quella del sintomo – il molestatore di donne, il linguaggio d’odio, la minaccia personale – ma, molto di più, il trovarsi esposti al fatto che, almeno nel mio paese, il tono della conversazione pubblica si è deteriorato in modo impressionante; che il livello del confronto politico sia quello fra bulletti delle scuole elementari; che nella frustrazione inesprimibile di questi anni, molti si avventino (magari con le migliori intenzioni) sulla ricerca di categorie semplificanti che li consolino, e quindi aggrediscano chi, impegnato nel tentativo di raccontare la complessità, non gliele fornisce o non le avalla; che il maschilismo patriarcale è ancora strisciante e diffuso, e solo aggravato dalla vulnerabilità consumistica inculcata a uomini e donne sul corpo delle donne; che lo spazio pubblico sia sempre da sfruttare in proprio, imbrattare in proprio, trasgredire in proprio, in base a priorità individuali da lotta per la sopravvivenza, per poi disabitarlo quando non serve; che si possa prendere a sassate virtuali chiunque ma poi non voli una mosca quando accadono fatti pubblici gravissimi; e, infine, che una grande maggioranza di persone preferisca consumarsi nel proprio livore di utente passivo anziché provare a intervenire nella conversazione in modo costruttivo, con proprie proposte, propri interessi, la propria voce. Non è solo un problema italiano, ma se esiste un imbarbarimento della conversazione, noi ne siamo i campioni; siamo un paese dove questo imbarbarimento e questo disagio sono stati perseguiti per decenni, e si vede, e fa male. Che non esistano ambienti virtuali al riparo da questo, alla fine lo trovo istruttivo. Possiamo sempre scegliere: andarcene da Twitter rimpiangendo i bei tempi andati in cui ci parlavamo in modo educato, oppure restare, scrivendo e discutendo con toni civili e incoraggiando altri a farlo. Ma non c’è un bottone per far finta che non abbiamo un problema – o che il problema sia la “troppa democrazia nei social media”, ecco.

 

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Libia

my rings bowl

Travolta dalla Libia tutto il giorno, tutti i giorni. Mi fa venire voglia di ripensare a quando ero bambina e i piedi ancora non mi toccavano per terra quando facevo dondolare le gambe sulla sedia. Mi fa venire voglia di raggomitolarmi a letto a leggere il bellissimo “Quella sera dorata” di Cameron finché non mi si chiudono gli occhi.  Ma non si può, non adesso.

Swept away by Libya all day, everyday. Makes me want to think back to when I was a child and my feet didn’t yet touch the ground when dangling from a chair. Makes me want to cuddle up in bed reading Cameron’s beautiful The city of your final destination until my eyes close. But it can’t be done, not now.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

rosso/red

plastic tape

Sono assorta da giorni a coprire e seguire la rivolta al Cairo su Twitter. Oggi ho visto come il blogger Wael Ghonim ha risposto a un giornalista straniero nella folla di piazza Tahrir quando gli ha chiesto in inglese fino a che punto i manifestanti sono disposti ad arrivare. Wael era stremato dopo 12 giorni passati prigioniero e bendato, ma i suoi occhi neri sono cambiati di colpo. Ha guardato il reporter e ha detto: “ricordatevi che faremo quello che dobbiamo fare”. Mi domando cosa sia scomparso dai nostri, di occhi neri.

I’ve been engulfed in covering and following the revolt in Cairo via Twitter for days. Today I saw the way blogger Wael Ghonim in the crowd in Tahrir square has answered to a foreign journalist asking a question in English about how far they are willing to go. He was wrecked after 12 days spent blindfolded in prison, but his black eyes suddenly changed. He looked at the reporter and said “remember, we will do what we have to do”. I wonder what has disappeared from OUR black eyes.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

cinguettii/tweets

my bells ring

Finita la pacchia – dalla settimana prossima comincia l’editing del libro, che paura… Nel frattempo da oggi Alaska è anche su Twitter, seguitela!

Gone the peace of cake, the bed of roses, next week I start the editing of the book, and I’m scared… In the meantime Alaska goes all Twitter, follow us!

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail