Alaska XL #33 | Il futuro non è scritto

Molly Craballe tiger at Salam school Zeitouna

(graffiti di Molly Crabapple alla scuola Salam di Zeitouna, confine turco-siriano; dettaglio della tigre ispirata a un racconto di Zachariah Tamar)

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Benvenuti a quella che sarà non solo l’ultima puntata di Alaska per questa stagione, ma l’ultima almeno per i prossimi sei mesi. Infatti, come qualcuno di voi già sa, nel mio percorso personale a Radio Popolare, che dura con poche interruzioni da 25 anni, mi prenderò un periodo sabbatico. In ogni caso, come diceva Joe Strummer dal quale prendiamo in prestito il titolo di questa puntata, “il futuro non è scritto” – continuerete a trovare tutto l’archivio di Alaska qui sul blog insieme a eventuali aggiornamenti e traduzioni, e potremo sentirci sempre via Twitter. Oggi voglio dare uno sguardo ad alcuni aspetti sia inquietanti che incoraggianti di come rete e tecnologia si stanno modificando verso il futuro – sfide aperte, grandi risultati, e preoccupazioni.

J.M Berger di The Atlantic ha preso in mano la questione della propaganda attraverso Twitter dell’ISIS (il gruppo sunnita Islamic State of Syria and Iraq), con i dettagli della loro cronaca dell’ingresso a Mosul in Iraq. Questo utilizzo universale della piattaforma anche a fini di mera propaganda e in alcuni casi per gruppi politici violenti mette a dura prova le decisioni di Twitter, che fino a qualche mese fa era noto per essere la piattaforma pù rispettosa del principio della libertà di espressione – come racconta qui Mathew Ingram, che poi affronta la questione di cosa possa significare la fuga di dirigenti di Twitter di queste settimane – una confusione (visibile anche agli utenti) sull’identità stessa della piattaforma.

? “Nightswimming” dei REM

Ecco la prima parte di oggi:

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Gli hacker escono finalmente dal guscio? Dal 18 al 20 luglio al Pennsylvania Hotel di New York tornerà HOPE (acronimo di Hackers on Planet Earth), la conferenza degli hacker arrivata alla sua decima edizione, che quest’anno sarà dedicata ai “dissidenti” – con Daniel Ellsberg, Thomas Drake, Andrew Blake, Cristopher Soghoian, Gabriella Coleman, e la Electronic Frontier Foundation. Il tema della “dissidenza” informatica, riportato in luce da Snowden e Manning, sta anche “aprendo” da mesi il mondo piuttosto esclusivo degli hacker a una platea molto più vasta.

Alle radici della storia di Hope (di cui trovate tutto il programma qui), ci sono Emmanuel Goldstein (pseudonimo di orwelliana memoria che è il nome d’arte del pioniere dell’hacking Eric Gordon Corley), la rivista 2600, e il talk show radiofonico Off the hook, andato in onda regolarmente su WBAI dal 1988 al 2012 e condotto dallo stesso Emmanuel. La nostra Marina Catucci è andata a trovarlo e lo ha intervistato, insieme a Kyle e a Rob Vincent. Potete riascoltare l’intervista qui sotto nel podcast.

? “Gioia e rivoluzione” nella versione degli Afterhours

Ecco la seconda parte di oggi:

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E a proposito di dissidenti, sono proprio tutti uguali e nobili ed eroici? Sì, purché tu non ce li abbia in casa – lo sostiene su Vanity Fair, con molta preoccupazione, l’artista e attivista Molly Crabapple (che in questi giorni ha dipinto le pareti della scuola di Zeitouna, al confine tra Siria e Turchia, e frequentata da bimbi siriani fuggiti dalla guerra). Il suo scritto è anche un modo per ricordarci il caso americano di Cecily McMillan di Occupy Wall Street, condannata a tre mesi di carcere per essersi difesa dal maltrattamento di un poliziotto.

Intanto, nella saga infinita delle rivelazioni sulla sorveglianza dell’NSA, Der Spiegel ha stilato la guida definitiva (anche se in continuo aggiornamento) al coinvolgimento tedesco, con i chiarimenti tratti dai file di Snowden, l’approfondimento di alcuni aspetti chiave, e la cronologia di articoli in proposito dello stesso Spiegel. E qualche segnale positivo di contrasto c’è, dalla timida ma unitaria opposizione di Apple e Cisco al fianco di Microsoft nel rifiutare un mandato americano di consegna per alcune email straniere, al voto bipartisan dei deputati del Congresso che con 293 voti contro 123 hanno fatto passare l’emendamento Massie-Lofgren: qui l’effetto che dovrebbe avere sulla chiusura delle “backdoor” di cui l’NSA approfitta per le sue ricerche, e qui il parere della Electronic Frontier Foundation.

Grazie a tutti di cuore per l’attenzione che avete dimostrato per questa quinta stagione di Alaska e per i risultati straordinari del blog, e anche a tutte le persone che hanno collaborato al programma in questi mesi o che mi hanno sostenuto in questi anni in tanti modi belli e importanti – in ogni nota e parola di quello che ho fatto ci sono anche loro. Ci vediamo nel futuro.

? “Satellite of love” di Lou Reed

Ecco la terza parte di oggi:

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Alaska XL #21 | la costituzione nascosta

66.	 Class room, Sultana Malak Palace, Heliopolis, Cairo. 2011

fotografia di Xenia Nikolskaya, Cairo.

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Oggi vi propongo tre lunghi testi integrali, realizzati nella versione italiana grazie al prezioso contributo ad Alaska di Alessandra Neve e Cristina Contini, e pubblicati anche nella raccolta di traduzioni che vedete nella colonna qui a destra. Si tratta di tre fonti e tre argomenti diversi, che però confluiscono in una serie di interrogativi e intrecci molto simili, e che credo si manifesteranno chiaramente alla lettura. Comincio dallo scritto più recente dell’attivista egiziano Alaa Abd El Fattah, che in queste ore ha superato il centesimo giorno di detenzione senza che sia nemmeno stata fissata una data per il suo processo. Partendo dalle proprie letture in cella, e dall’arrivo nel braccio dei detenuti politici del carcere di Tora di alcuni compagni torturati in un altro carcere, Alaa ha scritto un articolo in arabo per al-Wadi, intitolato “Autismo” e pubblicato il 4 marzo. Il concetto, potentissimo, di “costituzione nascosta”, è suo e l’ho preso in prestito per dare il titolo a questa puntata. La zia di Alaa, la scrittrice Ahdaf Soueif, come sempre lo ha tradotto in inglese pubblicandolo su Facebook. Io l’ho tradotto per voi in italiano.

? “Like a king” di Ben Harper

Ecco la prima parte di oggi:

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La tecnosociologa turca Zeynep Tupefkci, che insegna negli Stati Uniti, scrive spesso per la piattaforma gratuita Medium, che al suo interno ospita una testata precedente per testi di lungo formato, Matter, impaginata secondo gli stessi criteri. Per Matter, Zeynep ha pubblicato a fine febbraio, nel pieno dell’occupazione della Maidan di Kiev, un saggio/riflessione sulla sorveglianza digitale che sovrappone la sua posizione sulla raccolta di dati ai fini della campagna elettorale americana, la sua presenza all’occupazione di Gezi Park nella sua città natale, Istanbul, e l’influsso delle rivelazioni di Snowden sull’operato dell’NSA. A sottolineare il contrasto fra i vari piani del testo, Zeynep ha impaginato il suo scritto con le fotografie in bianco e nero scattate fra i lacrimogeni a Istanbul da Mstyslav Chernov. Ad aggiungere un ulteriore dimensione multimediale, in fondo al testo si trova anche il podcast audio con la lettura fatta da Jack Stewart. Nei credits alla fine del testo, Zeynep cita anche il lavoro di editing di Jim Giles and Bobbie Johnson, il fact-checking di Cameron Bird, e la correzione delle bozze di Tim Heffernan – facendo di questo singolo articolo una mini-produzione collettiva. Alessandra Neve ha realizzato la versione integrale del testo in italiano.

? “Gold Dust” di Tori Amos

Ecco la seconda parte di oggi:

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Qui la seconda metà della traduzione da Zeynep Tufeckci.

? “Elephant Gun” di Beirut

Ecco la terza parte di oggi:

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Nell’ambito dell’inchiesta del Parlamento Europeo sulla sorveglianza elettronica sui suoi cittadini, Edward Snowden ha risposto alle domande di alcuni parlamentari. Il Parlamento Europeo ha pubblicato l’integrale delle sue risposte scritte qui.  Cristina Contini lo ha tradotto in italiano per Alaska. 

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #8 | alieni

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(il monumento alieno che l’esercito ha fatto erigere a Tahrir – inaugurato stamattina – per “commemorare i martiri”, parte del restyling della piazza e della riscrittura della storia in versione nazionalista – foto di @kikhote).

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Oggi parliamo del whistleblower Jeremy Hammond (condannato pochi giorni fa a 10 anni di carcere), di Google alle prese con l’NSA, di David Miranda, di orsi polari, di Arctic 30 e di sir Paul McCartney. Ma prima, l’onore dell’apertura di puntata a una ragazza che  come tanti in Gran Bretagna, per mantenersi fa due mestieri: la giornalista, e la cameriera. Nel secondo ruolo ha servito qualche giorno fa al tradizionale e sontuoso banchetto per il Lord Mayor, dove il primo ministro David Cameron ha sfoderato il suo appello all’austerità permanente. Seduto su un trono d’oro, dice Ruth Hardy, che tornata a casa ci ha scritto un bel pezzo per il Guardian.

? “Wait it out” di Imogen Heap

Ecco la prima parte di oggi:

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Ventotto anni, di Chicago. Si chiama Jeremy Hammond e ha confessato di aver hackerato per motivi politici i server di una grande azienda a cui ha sottratto un enorme database per consegnarlo a Wikileaks e Anonymous.  Tre giorni fa è stato condannato a dieci anni di prigione. Qui il racconto di Wired. Qui il messaggio di Alexa O’Brien, la reporter che ha creato tutte le cronache sul processo Manning.

NSA, dopo le rivelazioni sul prelievo di dati senza mandato, le grandi aziende tecnologiche americane cominciano a fare lobbying sul Congresso.  Qui Google che racconta l’evoluzione nel tempo delle richieste di consegna da parte delle agenzie di sicurezza federali, qui Mother Jones su come si stanno mettendo in moto contro l’NSA Google, Yahoo, Facebook e Twitter, e per quali proposte di legge stanno facendo lobbying al Congresso. Intanto, Al Jazeera America ha raccontato come la CIA raccolga su vasta scala i dati delle transazioni bancarie, e l’impresa editoriale che il miliardario Pierre Omidyar ha affidato a Greenwald ha fatto tre nuovi acquisti in una sola settimana, che vanno ad aggiungersi a Greenwald, Poitras, Scahill, Segura e altri: Murtaza Hussain, commentatore di politica internazionale che scrive da Toronto; Ryan Devereux (che nella mia TL su Twitter conoscete come @rdevro), uno dei reporter più attenti nelle cronache di Occupy Wall Street: e infine, davvero a sorpresa, Micah Flee (di cui vi parlavo qui) che lascia la Electronic Frontier Foundation, portando a Omidyar il suo bagaglio di esperienza su tecnologia, privacy, libertà di espressione e diritti civili. Qui la sua comunicazione.

? “You only live twice” di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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Vi ricordate David Miranda, il giovane compagno brasiliano di Gleen Greenwald? Come sapete, ha fatto causa alle autorità aeroportuali di Londra per averlo trattenuto per nove ore sotto interrogatorio senza un’accusa lo scorso agosto sotto la normativa anti-terrorismo, mentre trasportava materiali criptati di Snowden da Berlino (dove li aveva presi in consegna da Laura Poitras) al Brasile (dove vive con Greenwald). Specialmente dalla destra inglese gli sono piovuti addosso i peggiori epiteti, compresa l’accusa di essere un inconsapevole e passivo “mulo”, la stessa parola che si usa per indicare i corrieri che trasportano la droga. Ventotto anni, cresciuto nella favela Jacarezinho sulla ferrovia di Rio nord, una storia personale dolorosissima, Miranda è tutto fuorché un attore passivo o sprovveduto, o un comprimario senza carattere. Lo ha scoperto Natasha Vargas Cooper, che ha trascorso settimane nella casa brasiliana di Greenwald e Miranda per scrivere questo intenso profilo per Buzzfeed, Il Terzo Uomo.

? “Street boy” di Rodriguez

Ecco la terza parte di oggi:

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Da qualche anno, ogni novembre, un team di associazioni e ricercatori per la tutela dell’Artico eseguono un monitoraggio della migrazione degli orsi polari – considerati ad alto rischio di estinzione – che si incamminano verso il mare e aspettano che ghiacci per trasferirsi in quelli che saranno i loro territori di caccia. Più il mare tarda a ghiacciare a causa del riscaldamento globale e più l’estensione delle aree ghiacciate si riduce, più la quantità di caccia di ogni orso è messa in pericolo, con ricadute sul letargo  e la riproduzione.  Ogni anno, Polar Bears International e altre associazioni creano modi interattivi perché le persone partecipino al monitoraggio e siano più coinvolte nella causa della tutela dell’Artico – quest’anno con le citizen webcam, una serie di piccole telecamere collocate e operate da comuni cittadini per contribuire al monitoraggio dei ricercatori in una sorta di grande “bearwatching” collettivo. Salon racconta qui il lavoro di questa strana stagione, e qui il Washington Post - mentre Valerie Abbott, una delle ricercatrici che lavorano al progetto, ha descritto le sue giornate di lavoro. Il pericolo rappresentato per gli orsi e per tutto l’habitat artico dall’ampliamento delle piattaforme e dei condotti di estrazione energetica è esattamente la ragione per cui gli attivisti di Greenpeace chiamati “Arctic 30″ hanno condotto le operazioni di protesta per cui la Russia li tiene in carcere da settembre. Qui trovate un tumblr delle loro lettere dal carcere. Dopo il loro trasferimento a San Pietroburgo, Paul McCartney ha scritto una lettera pubblica al presidente russo Putin.

? “Dream of the bear” di Iain Morrison

Ecco la quarta parte di oggi:

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Alaska XL #2 | nuovi cronisti

(Cairo, il tweet del fotografo della rivoluzione, Mosa’ab El Shamy, la sera del 16 agosto, uno dei primi giorni del coprifuoco militare, sulla Corniche ai piedi dei leggendari leoni del ponte Qasr el Nil)

Oggi voglio portarvi a conoscere alcune persone che con il loro lavoro rappresentano al meglio il ruolo dei citizen journalist, o che dalla strada sono passati alle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, o che con la loro testimonianza ci raccontano da dove la censura non permette di raccontare, o che per fare un lavoro di cronaca per il pubblico scelgono strumenti insoliti o recuperati dal passato. In tutti i casi si evidenzia un legame fra la materia che raccontano e il motivo per cui qualcuno non vuole che lo facciano. Ma prima vorrei dedicare l’apertura di Alaska di oggi alla notizia digitale della settimana appena trascorsa (se si eccettua la rivelazione della battaglia della NSA a Tor, su cui torneremo la prossima settimana): l’entrata ufficiale in borsa di Twitter.

#TWTR

TWTR è il titolo che Twitter si è data in borsa, annunciandolo (con un tweet, ovviamente) venerdì scorso. Per predisporre l’entrata ha dovuto presentare documentazione pubblica alla SEC delle sue cifre e della sua strategia commerciale. Nero su bianco, dunque, quanta parte delle entrate di Twitter vengono dagli annunci pubblicitari, quanto traffico ha, e che si tratta di un’impresa “che non ha ancora profitti”. Qui il modulo S-1 ufficiale, qui l’opinione del NYT online su quale dovrà essere la strategia commerciale per creare profitti, qui Mashable con una bella vignetta umoristica sulla composizione degli utenti, e qui Matthew Ingram per GigaOm sui rischi e le sfide dell’ingresso in borsa. E qualcuno, come racconta oggi Federica Cantore, nel primo weekend dopo la notizia ne ha beneficiato per errore.

? “Sirens” dei Pearl Jam

Ecco la prima parte di oggi:

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Nuove cronache: una fusione di presenza fisica, collage di testimonianze fotografiche, ricostruzioni a memoria dove non si può né registrare né filmare, dovere di testimonianza ma anche impegno politico. Le tre figure di oggi sono Alexa O’Brien – che ha seguito passo passo il processo militare a porte chiuse a Bradley Manning, creandone l’unico archivio pubblico esistente; Mosa’ab El Shamy – fotografo egiziano nato con la rivoluzione, che ad agosto ha documentato la strage di Rabaa, e ieri la disastrosa giornata del 6 ottobre al Cairo; e Molly Crabapple, che con le sue illustrazioni ha documentato le proteste da Occupy Wall Street a Occupy Gezi, e recentemente ha creato una cronaca illustrata della sua visita al supersorvegliato carcere di Guantanamo.

L’amore è un paese che non abbiamo saputo difendere

E’ il motto di Mosa’ab el Shamy sul suo profilo Twitter, e dice molto di chi è. Sguardo sull’Egitto di un’intensità sconvolgente e uno dei giovani fotografi nati con la rivoluzione. Ieri l’esercito e la polizia hanno represso le manifestazioni dei pro-Morsi e per tenerli lontani dai festeggiamenti di stato a Tahrir per il 6 ottobre ha fatto 52 morti. Come sempre Mosa’ab ha seguito i cortei e documentato con le sue immagini tutto quello che vedeva, potete vederle qui. Ad agosto era al sit-in di Rabaa; colto nelle tende in cui dormiva dal violento sgombero della polizia, come sempre ha fotografato tutto quello che vedeva, con il suo sguardo attentissimo, che della frenesia di quello che gli accade intorno sembra sospendere nel tempo un dettaglio, una mano insanguinata. Negli stessi minuti, suo fratello, giornalista di Al Jazeera, veniva arrestato, e un mese e mezzo dopo è ancora in carcere. Qui la cronaca di Mosa’ab su Facebook di una delle sue visite in carcere. Qui il suo nuovo sito. Dopo il massacro, Mosa’ab si è recato come fa sempre alla moschea che fungeva da obitorio; qui il suo resoconto per Lightbox della rivista Time. Qui, per conoscerlo meglio, l’intervista che gli ha fatto Jared Malsin per The New Republic online.

? “You only live twice” nella versione di Mark Lanegan

Ecco la seconda parte di oggi:

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L’amanuense

Alexa O’Brien – già reporter e uno dei motori della partenza di Occupy Wall Street – non aveva alcuna preparazione legale, ma era convinta che il pubblico avesse diritto a conoscere ciò che veniva detto a porte chiuse nel processo militare a Bradley Manning – a maggior ragione visto che Manning veniva processato per aver diffuso al pubblico materiali riservati mettendoli a disposizione di Wikileaks. Si è preparata, ha coltivato le sue fonti, e in una situazione in cui non esisteva nessun tipo di accesso normalmente a disposizione in un processo pubblico, e non si poteva né filmare né registrare, ha creato da zero un database di informazioni e una gigantesca trascrizione vecchia maniera delle sedute a cui assisteva a Fort Meade, twittando, scrivendo e creando una tassonomia di una mole impressionante di informazioni, che oggi permettono anche di interpretare nel modo più preciso il verdetto. Qui trovate tutti i suoi materiali. Qui la sua intervista integrale sulla radio australiana Triple R, di cui oggi vi propongo un estratto.

? “Heaven” dei Milk Carton Kids (dalla colonna sonora di “The Promised Land” di Gus Van Sant)

Ecco la terza parte di oggi:

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Più vera che dal vero

In questi giorni Molly Crabapple - illustratrice, attivista e testimone pubblica – ha tenuto un incontro al Berkman Center for Internet and Society dell’Università di Harvard (qui la sua lecture in video) in cui ha fatto una serie di riflessioni sul suo lavoro, sul paradosso del sorvegliante/sorvegliato, facendo esempi che andavano dalla storia dell’arte (le cronache delle fucilazioni delle truppe di Napoleone sui contadini spagnoli, ricreate dall’immaginazione di Goya), a casi contemporanei come il lavoro di Joe Sacco sulla Palestina (qui un’intervista recente con lui), e quello del Beehive Collective messicano (qui il loro sito web); il suo racconto illustrato per Vice sulla sua visita al carcere supersorvegliato di Guantanamo.

? “This is not a song, it’s an outburst” di Rodriguez

Ecco la quarta parte di oggi:

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non è che se ne va

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Paul Mason ha scritto ieri di una questione che, fra le storie da cui mi sento travolta in questi giorni, potrebbe sembrare minuscola: lo “spopolamento morale” di Twitter man mano che diventa più affollato –  il trolling organizzato, le minacce personali, gli insulti alle donne, ma anche l’autocensura preventiva per evitare fastidi. Il generale restringimento, insomma, di quel clima accogliente, informale e sicuro che lo aveva attratto all’inizio. Sono d’accordo con lui su molti punti, ma soprattutto sul fatto che dobbiamo accettare che più grande diventa l’ambiente pubblico in cui ci incontriamo, e più questo riprodurrà gli stessi esatti comportamenti e sintomi della realtà sociale da cui emana (qui potete leggere Luca Sofri sulla discussione a proposito di “hate speech”). Con la differenza, direi, che se nella vita ci proteggiamo grazie alla cerchia dei nostri cari e dei nostri amici, qui ognuno è esposto all’incontro accidentale con un alto numero di “estranei”. E anche quelli che un tempo erano i “guardiani dell’informazione” ammettono che un’interazione così larga con i propri utenti non è sempre facile o comoda. Il che, fra l’altro, è uno dei suoi pregi. Il pezzo di Mason, però, mi ha riaperto una serie di dubbi che avevo accantonato dopo aver visto il nuovo menu di Twitter sul blocco degli utenti “molesti”.

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e non era tutto

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Dopo la nave rompighiaccio del Guardian, che ieri con il superblogger Glenn Greenwald era riuscito a dimostrare che è attiva l’ingiunzione legale alla compagnia telefonica Verizon a consegnare milioni di dati sensibili e generalizzati sulle chiamate dei suoi utenti all’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana nella cornice della legislazione anti-terrorismo, oggi ci siamo svegliati all’alba con il seguito della storia, dopo che il Washington Post e lo stesso Guardian si sono attivati con i materiali in loro possesso, dimostrando l’esistenza della struttura PRISM per il monitoraggio dei dati degli utenti stranieri di Facebook, Google, Apple e molte altre aziende con sede negli Stati Uniti, sempre in nome della sicurezza nazionale. Vi propongo un po’ di letture, a cominciare dal pezzo del Washington Post. Qui la “storia continua” del Guardian. Qui una sintesi in italiano del Post. Qui il New York Times. Qui il pezzo del Wall Street Journal, che poi però gli accosta un editoriale a favore della sorveglianza (e di certo non è solo, vedi Slate e altri). Qui Gawker su come il New York Times abbia ammorbidito la prima versione del suo editoriale contro Obama. Qui VentureBeat sulle risposte date finora dalle aziende coinvolte. Qui BusinessWeek, che entra anche nel merito delle implicazioni internazionali della sorveglianza americana su utenti non americani. Qui Cir-ca con uno schema riassuntivo delle rivelazioni di questi giorni. Qui il pezzo del Guardian sulla continuità fra la linea Bush e quella Obama in materia di sorveglianza, e qui ProPublica con una cronologia comparata fra i due.

Qui la riflessione generale di Quartz, qui Quartz su quello che vede come un merito di Twitter, che non è compresa fra le aziende web coinvolte nelle operazioni di PRISM, e qui invece Chris Saad che sostiene che non si tratti di un merito perché i dati di Twitter analoghi a quelli raccolti dalla NSA sono già pubblici e non hanno bisogno di essere consegnati. Il capo dell’intelligence James Clapper sostiene (vedi Forbes) che il pericolo non sta nella sorveglianza ma, al contrario, nel fatto che questa venga svelata dai giornali. Intanto le sue dichiarazioni scritte a caldo, poi scomparse, sono state catturate in tempo da BuzzFeed.

Qui le dichiarazioni della Electronic Frontier Foundation, che da anni sosteneva che esistano programmi segreti di sorveglianza dei dati degli utenti.

Qui un profilo di Glenn Greenwald, che ad Alaska seguiamo da anni come blogger e che ha fornito lo scoop di ieri al Guardian (sul New York Times, e qui Kathy Gill sulla necessità di tutelare il ruolo delle “talpe” nelle indagini sul comportamento del governo, per The Moderate Voice. Qui, dello stesso tenore, il commento di The Atlantic.

E infine, qui Time sulla missione del Guardian per conquistare il mondo scoop dopo scoop (già il 37% dei suoi lettori è negli Stati Uniti), e su come i giornali americani, che pure avevano per le mani materiali scottanti, hanno aspettato il quotidiano inglese per uscire allo scoperto.

PS un saluto all’NSA, che probabilmente sa di questo post  e da quale computer è stato scritto, a che ora, e facendo quali ricerche su Google.

La canzone di oggi era “These boots were made for walking” di Nancy Sinatra

Ecco la puntata di oggi:

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“questo problema di nome Twitter”

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(un grande classico di Tahrir, e poi delle Acampadas e di Zuccotti Park – la proposta di matrimonio in piazza – si ripete a Taksim, Istanbul)

Sono parole di Erdogan, dopo le prime cariche violentissime della polizia turca contro i manifestanti che occupavano il Gezi Park di Istanbul e piazza Taksim. Radio Popolare vi sta raccontando cosa succede nelle piazze e nelle strade turche da quattro giorni, e sull’account Twitter di Alaska trovate la lista pubblica di corrispondenti, inviati e citizen journalist a Istanbul e Ankara che ho preparato in questi giorni per voi.
I ponti telefonici sono già pronti nel caso le autorità turche dovessero far sospendere i servizi, e nelle modalità di passaparola, simboli, canti, organizzazione, pulizie collettive, messaggi e rituali, Occupy Gezi ricalca – senza nulla togliere alle differenze della situazione politica e culturale – il modello partito da Tahrir ed esportato in tanti altri paesi. La trasversalità dei social nella possibilità di organizzare dal basso, e di bypassare – anche se talvolta caoticamente – il silenzio della stampa locale, intimorita dalla censura – si materializza di nuovo per le strade. Oggi vi propongo alcuni materiali sull’utilizzo dei social per le proteste. Qui la tecnosociologa turca Zeinep Tufekci (che già dal 31 maggio ci ha allertato sulla situazione ad Istanbul) con un post che racconta anche la grande tradizione di mobilitazione in Turchia e i punti differenti ed essenziali di quella in corso – post di cui Roberta Aiello per ValigiaBlu ha prontamente fornito la traduzione in italiano; qui un’analisi accademica per AlJazeera, qui Andrea Iannuzzi col contributo di Fabio Chiusi.

La canzone di oggi era “We are alive” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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la scenografia del segreto

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Se il voto politico italiano prevede una sorta di quarantena di silenzio, il voto del Conclave in Vaticano prevede l’assoluta segretezza. E segretezza vuol dire niente tweet. Vi raccontavo poco tempo fa di come un organismo come il Congresso degli Stati Uniti abbia una presenza individuale su Twitter che sfiora il 95% del totale, e non è certo questo il caso dei cardinali in Vaticano, presenti sul social network in percentuale bassissima – 9 sui 117 del collegio cardinalizio che ha diritto a votare il prossimo pontefice. Ma il primo tweet del papa era passato alla storia, e si sa, perché esca qualche indiscrezione dal Conclave a marzo basterebbe un solo cardinale armato di tastierina. Così arriva il divieto: come vuole l’usanza, i cardinali sospenderanno tutti i loro contatti col mondo esterno per tutta la durata del Conclave, e con questo si intendono anche i loro account in rete. Cindy Wooden ha scritto un bel pezzo per Catholic News. Va da sé, poi, come sempre, che qualche indiscrezione infrangerà il cerimoniale (infranto in questi mesi da ben altri tipi di fughe di notizie e materiali dalle segrete stanze).

La canzone di oggi era “Mysterious Ways” (U2) nella versione degli Snow Patrol

Ecco la puntata di oggi:

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la mossa di Jim

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Jim Roberts, straordinario protagonista della svolta digitale del New York Times, è stato licenziato qualche giorno fa nell’ambito del grosso piano di tagli previsto dal giornale. Una vera star del giornalismo in rete, ha ricevuto molta attenzione e solidarietà, ha cambiato il suo nome Twitter (da @nytjim a @nycjim) e si è portato via (come accade normalmente) tutti i follower che avevano cominciato a seguirlo quando lavorava al New York Times – più di 80mila. Tempo qualche giorno e Jim Roberts aveva già trovato un altro lavoro, alla sezione Digital dell’agenzia di stampa Reuters, già all’avanguardia nella sperimentazione digitale. Justin Ellis lo ha intervistato per Nieman Journalism Lab.

La canzone di oggi era “Lucky man” dei Verve

Ecco la puntata di oggi:

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