l’innocenza di Anna

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Come sapete, dall’11 settembre ho seguito per voi su Twitter il dipanarsi delle proteste contro il (presunto) film americano anti-musulmano “Innocence of Muslims”, a cominciare dall’uccisione dell’ambasciatore americano Stevens a Benghasi. Oggi sappiamo che l’attacco all’ambasciata in Libia era un attentato progettato in anticipo e fatto coincidere artatamente con la piccola manifestazione spontanea contro il film; sappiamo che il film nei cinema americani non esiste, che l’unico materiale circolato è il trailer che a luglio era stato postato sui YouTube in inglese e a ridosso dell’11 settembre è stato postato in arabo, che si tratta del prodotto di una sorta di setta copta californiana, realizzato con dolo, perché le riprese appartengono al girato di un falso film low-budget di avventura e sono state poi rimontate e doppiate con il taglio che tutti conosciamo, all’insaputa di tutti gli attori. Anna Gurji, giovane attrice della Georgia, è una di loro. Scioccata dall’utilizzo che è stato fatto del suo lavoro, si è rivolta allo scrittore Neil Gaiman, che le ha chiesto di scrivere una lettera pubblica, diffondendola poi sul suo lettissimo blog e sul suo profilo Twitter che ha due milioni di follower. La trovate qui e oggi ve la traduco.

La canzone di oggi era “Wade in the water” di Michelle Shocked

Ecco la puntata di oggi:

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diario libico

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Mentre la Libia del dopo-Gheddafi è tormentata dal fallito disarmo delle milizie e dal distacco percepito fra la popolazione e l’NTC, centinaia di migliaia di persone attendono la ricostruzione dei luoghi più martoriati, come Misurata, i bambini sono tornati a scuola, le donne lottano per una rappresentanza forte nel paese di domani, i collegamenti internazionali con l’aeroporto di Tripoli sono ripresi quasi completamente. In occasione dell’anniversario del 17 febbraio, Andy Carvin di NPR è oggi per l’ultimo giorno in visita nei luoghi che aveva seguito per tutto l’anno grazie allo smistamento dei messaggi degli attivisti. Oltre a twittare da Benghazi, Tripoli e Misurata (quando trova una connessione) postando anche qualche file audio, Carvin sta postando una serie di piccoli frammenti di diario della sua esperienza per il blog di NPR, Two-Way, e oggi ve ne propongo qualche estratto. Il suo è uno sguardo americano, individuale, quasi intimo. Qui racconta l’avvio del viaggio, qui il nuovo approccio al suo passaporto all’immigrazione in aeroporto, qui i festeggiamenti a Benghazi, qui la visita al tribunale di Benghazi, qui il dilemma sulle modalità di festeggiamento, qui la parata di automobili a Benghazi, qui la sua visita sulla tomba del citizen journalist Mo Nabbous, ucciso a Benghazi due giorni prima dell’intervento internazionale, qui il suo colloquio con Danny Vampire, giovane rivoluzionario deluso.

? La canzone di oggi era “Foot in the door” di Fink

Ecco la puntata di oggi:

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senza Shadid

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E’ morto questa notte in Siria, per una forte crisi dell’asma che lo affliggeva da tempo, il giornalista arabo-americano Anthony Shadid, forse il più grande reporter vivente fra quelli che si occupavano dei paesi arabi. Il fotografo Tyler Hicks, che lavorava con lui da tempo in vari scenari di guerra ed era stato suo compagno di prigionia in Libia la scorsa primavera (ve ne avevo raccontato qui) ne ha portato il corpo oltre il confine in Turchia, e dalla sua redazione, quella del New York Times, la notizia è circolata all’alba in tutto il mondo, destando reazioni unanimemente commosse. Tutti i colleghi gli riconoscono non solo di essere stato un reporter di gigantesca statura ma di aver sempre dimostrato straordinaria umiltà. Giovani giornalisti raccontano come fosse sempre pronto a fare complimenti ai più giovani e a condividere con loro prontamente la sua rubrica di contatti. Mona Elthahawi raccontava stamattina su Twitter di esserselo trovato davanti con un sorriso in piazza Tahrir quando è stata liberata dopo l’aggressione subita al Cairo. Shadid era di origine libanese (uscirà a marzo il suo libro di memorie sulla città dei suoi antenati), era cresciuto a Oklahoma City, per tutti gli anni Novanta era stato in Iraq, aveva vinto due Pulitzer e aveva soltanto 43 anni. Prima di tornare in Siria in questi giorni, era appena stato in Libia. Particolarmente in Siria, dove le chiavi di interpretazione per capire la complessità della guerra civile sono preziosissime, l’assenza di Shadid si farà sentire, non essendo il suo lavoro intercambiabile con quello di nessun altro. L’unico cenno di ottimismo lo danno i messaggi di questa mattina di centinaia di blogger e di giornalisti, che affermano di volerlo tenere come esempio di un giornalismo rigoroso e allo stesso tempo profondamente umano. Vi propongo qualcuno dei materiali attraverso cui potete conoscerlo. Qui il lungo reportage dalla Siria dell’estate scorsa, qui quello dal Bahrain dello scorso settembre, qui l’intervista che gli ha fatto MotherJones venti giorni fa, qui una rassegna di estratti dei suoi articoli preparata stamattina dal New York Times, da cui potete arrivare ai materiali che ha scritto dalla Libia (dove oggi si celebra l’inizio della rivolta di Benghazi un anno fa), qui l’intervista che gli fece NPR a dicembre (di cui vi faccio ascoltare un estratto audio).

? La canzone di oggi era “Bluer is my heart” di Holly Williams

Ecco la puntata di oggi:

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gli spezzati e i salvati

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mona-eltahawi-after-violence

(la giornalista e femminista Mona Eltahawy dopo le violenze subite al Ministero degli Interni del Cairo il 23 novembre)

Zeinep Tufekci (su Twitter @techsoc) ha ricostruito il caso delle violenze subite da Mona Eltahawy al Ministero degli Interni egiziano e analizza il ruolo che l’immediata campagna sui social media potrebbe aver giocato nella sua liberazione. Intanto oggi la Fondazione Nieman per il Giornalismo dell’Università di Harvard assegna il suo premio annuale a Mo Nabbous, citizen journalist ucciso il 19 marzo a Benghazi.

? La canzone di oggi era “Moon” di Bjork

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radio free libia

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Mentre la Libia in transizione patisce prima di tutto il problema del disarmo, e i comandanti dell’NTC di Tripoli vengono duramente criticati per aver disperso una manifestazione in città, già da prima dell’uccisione di Gheddafi si pensava a come organizzare il futuro panorama dei media indipendenti. I libici hanno vissuto per molti anni in una bolla attentamente controllata in cui si parlava solo arabo, la tv di stato e i pochi canali satellitari erano controllati dalla famiglia Gheddafi, l’inglese e le notizie dall’estero venivano fortemente censurate, e le uniche fonti indipendenti erano i citizen journalist come Mohamed Nabbous, ucciso a Benghazi poche ore prima del primo bombardamento Nato. Adesso si apre uno scenario che fa della Libia anche un nuovo mercato dell’informazione. I primi a capirlo sono stati i qatarini – il Qatar era già coinvolto nei bombardamenti Nato come supporto aereo, sta cercando di giocare un ruolo diplomatico nella risoluzione delle crisi in Siria e Yemen, ed è la patria di Al Jazeera. Come raccontava The National già a settembre, una delegazione del Doha Center for Media Freedom ha lavorato per mesi all’addestramento e riorganizzazione di reporter e blogger libici in vista della liberazione. A lavorare all’addestramento dei reporter libici anche Brian Conley di Small World News, già da marzo, che spiega il suo lavoro a Elizabeth Jackson. E ora, dopo la liberazione, il canale radiofonico di Alhura ha lanciato il primo talk show in inglese della storia della Libia, il Free Talk Show; David Mac Dougall della Associated Press ha parlato con uno dei due conduttori, Rio (qui l’audioboo originale della loro conversazione)

? Le musiche di oggi erano “Blue is my heart” di Holly Williams e “Miles on a car” di Rachael Yamagata

Ecco la puntata di oggi:

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l’ombra di Saif

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Mentre la liberazione della Libia è segnata dall’uccisione di Gheddafi, dalla profanazione del suo cadavere e dalla sua sepoltura nel deserto, e ad essere uccisi sono stati anche alcuni dei suoi figli e delle personalità del regime a lui più vicine, un’ombra ancora in fuga (verso il Niger) si proietta sui primi giorni della nuova Libia: quella di Saif al-Islam, secondogenito e delfino del Rais, una figura giovane e tragica che per qualche momento aveva rappresentato l’unica speranza di riforme nel paese. Saif – cresciuto nelle migliori scuole d’Europa – ha poi scelto, senza dubbi, il lato oscuro. Ad agosto, dato per catturato dall’NTC, venne riconosciuto poche ore dopo dai giornalisti stranieri in ostaggio al Rixos di Tripoli mentre si metteva in mostra con aria di sfida nei giardini dell’hotel durante la liberazione della città. Di ieri il suo ultimo messaggio registrato. Qualche mese fa l’avvocato Philippe Sands postava per il Vanity Fair americano un pezzo di giornalismo straordinario sulla figura dell’erede di Gheddafi, intervistando i suoi amici e principali consiglieri, e il giudice Ocampo che aveva appena emesso il mandato di cattura internazionale nei suoi confronti (ne parlammo qui) – ricostruendo la mutazione di Saif dall’inizio dell’insurrezione.

? La canzone di oggi era “Burning Jacob’s ladder” di Mark Lanegan

Ecco la puntata di oggi:

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per niente facile

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Sulla nostra timeline di Twitter potete continuare a seguire le rivolte arabe, e in questi giorni anche la Freedom Flotilla e altri argomenti. Entriamo oggi nell’ultima settimana di Alaska per questa stagione, ma la timeline su Twitter resterà aggiornata durante l’estate, e posterò qui i contenuti e i podcast del programma settimanale estivo, che avrà inizio domenica 10 luglio.

Fra tre giorni è previsto l’inizio di presunti colloqui di riconciliazione con l’opposizione in Bahrain (i cui leader sono quasi tutti in carcere, mentre all’altro capo del tavolo siederà un uomo notoriamente implicato in casi di tortura), e intanto la situazione dei rapporti fra Stati Uniti e Bahrain si complica, anche solo semplicemente perché il mondo è piccolo, e i casi delle centinaia di lavoratori licenziati in questi mesi per aver aderito alle manifestazioni per le riforme hanno finito per infrangere proprio l’accordo di libero scambio fra Usa e Bahrain (la maggior parte delle grandi imprese che gestiscono i cantieri edili del paese, per esempio, sono inglesi o americane, con manodopera del posto o immigrata). E cosa fa ora il governo del Bahrain per tutelarsi? Assolda un grande studio legale americano, naturalmente. Qui il post di Farah Halime per The National. Intanto, non solo in Bahrain, si registra un’impennata nei suicidi dei lavoratori e lavoratrici migranti.

La questione di processi nazionali o internazionali ai vecchi leader macchiatisi di crimini contro l’umanità è centrale alla discussione in molti paesi arabi che si sono sollevati in questi mesi. La Tunisia ha processato e condannato Ben Ali, l’Egitto tentenna dopo aver incarcerato Mubarak, Saleh e Assad potrebbero restare nel mirino della legge internazionale se non prevalgono interessi nazionali che vogliono altrimenti. Ieri la notizia del mandato di arresto internazionale per Gheddafi, per uno dei suoi figli e per il capo dell’intelligence libica, emesso dalla Corte Penale Internazionale dell’Aia, presieduta dal procuratore generale Luis Moreno-Ocampo. Festeggiata a Benghazi come un altro passo verso la caduta del regime (mentre i bombardamenti Nato sembrano protrarsi senza risultati apprezzabili), questo tentativo di perseguire Gheddafi per crimini contro l’umanità ha tutta una serie di peculiarità legali che lo rendono speciale, e sembra improbabile che potrà essere implementato a breve. Quasi due mesi fa, sul blog enoughgaddafi, Mariam Elhadri si avventurava fra i cavilli e i precedenti della legge internazionale.

? La canzone di oggi era “Slow was my heart” di Richard Ashcroft

Ecco la puntata di oggi:

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una per tutti

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eclissi-luna-da-giordania-Amer-Sweidan

(l’eclissi di luna fotografata ieri sera da Amer Sweidan da Amman, Giordania)

Ieri l’eclissi di luna si è cominciata a vedere man mano che faceva buio, da est verso ovest, e questo ha creato nella cronaca in tempo reale su Twitter un curioso effetto, che abbiamo seguito via via sulla timeline di Alaska: a twittare le prime immagini dell’eclissi sono stati infatti i tweep dall’Afghanistan e dal Pakistan. Nel giro di tre ore, l’intera rete connessa dalle rivolte arabe, di solito impegnata a twittare cronache di manifestazioni, di scontri e di guerra, è stata percorsa come da un’onda dai commenti e dalle fotografie in tempo reale. Dal Bahrain alla Siria, dallo Yemen alla Giordania, Palestina e Israele, Libano, Egitto e Tunisia, la comunità online a testa in su ha raccontato la luna che si faceva buia e rossa nel cielo di Gerusalemme, di Amman, di Karachi, del Cairo, di Beirut e sopra le montagne della Libia. E’ stato un lungo momento poetico in una narrazione che di solito di poetico ha poco, con meraviglia, domande esistenziali e il fascino di guardare tutti lo stesso evento naturale nello stesso momento – e non sono mancati anche battute, giochi e prese in giro. Oggi vi racconto qualche frammento di questa ondata che ha percorso Medio Oriente e Nord Africa, raccontata in tempo reale su Twitter.

Contemporaneamente al racconto dell’eclissi, su Twitter si snodava la parabola abbastanza eroica e temeraria di tre giovani donne del Bahrain, moglie, figlie e sorelle di detenuti politici, che si sono presentate all’ufficio delle Nazioni Unite a Manama per recapitare un appello per la liberazione dei prigionieri e il rispetto dei diritti umani in Bahrain. Zeinab Alkhawaja (su Twitter @angryarabiya), che ha padre e marito in carcere, Asma Darwish (su Twitter @eagertobefree), sorella del prigioniero Mohamed Darwish, al 12o giorno di sciopero della fame, e Susan Jawad (su Twitter @sparweezj), anche lei col marito in carcere –  hanno consegnato l’appello, ma quando hanno insistito per fermarsi nell’edificio anche “dopo l’orario di chiusura degli uffici”, la polizia che si era radunata all’esterno ha fatto ingresso nella sede locale Onu e le ha arrestate. Sono state portate a una stazione di polizia, interrogate separatamente e in seguito rilasciate, anche se dovranno rispondere di una denuncia (dai contorni molto vaghi, essendo che le sedi Onu dovrebbero essere santuari internazionali e non aziende con orari di chiusura) e non potranno lasciare il paese. Le ragazze sono andate volutamente alla ricerca di un caso eclatante da mostrare all’opinione pubblica, soprattutto quella americana, per attirare l’attenzione sulla situazione dei prigionieri politici in Bahrain. In ogni caso ci è voluto coraggio, e decine di migliaia di persone hanno potuto seguire i loro racconti intrecciati in inglese e le loro foto, spediti via Twitter dai cellulari in tempo reale, coadiuvati dai retweet della sorella di Zeinab Alkhawaja, Maryam, dagli Stati Uniti, e via via da quelli di altri cittadini del Bahrain e del reporter della Cnn Nic Robertson, che in questi giorni si trova a Manama. Vi racconto un po’ quello che hanno testimoniato della loro avventurosa spedizione.

Sulla timeline del Twitter di Alaska le voci dell’attivismo web – rivolte arabe, Milano, #italianrevolution.

? La canzone di oggi era “I’ll rise” di Ben Harper (da una poesia di Maya Angelou)

Ecco la puntata di oggi:

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chi è dentro e chi è fuori

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Come sempre quando i giornalisti stranieri arrestati sotto regimi oppressivi riescono a riguadagnare la libertà, la loro testimonianza diventa importante soprattutto per il raro sguardo che offre sulla vita di chi in carcere c’è rimasto. Liberata dopo 19 giorni, la reporter di Al Jazeera in inglese Dorothy Parvaz racconta alla sua emittente la detenzione in Siria e la deportazione in Iran (video della sua testimonianza in diretta e testo aggiuntivo). Intanto in Libia liberati dopo 43 giorni i reporter Claire Gillis dell’Atlantic, James Foley, Nigel Chandler e il fotografo spagnolo Manu Brabo – qui il Global Post, che è la testata per cui era inviato James Foley.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

? La canzone di oggi era “Heaven or hell” di Steve Earle

Ecco la puntata di oggi:

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da Guantanamo in Libia

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manifestazione-per-chiusura-Guantanamo

(nella foto, manifestazione a Washington per chiedere la chiusura di Guantanamo, i manifestanti sfilano con i nomi dei detenuti, quasi tutti di origine araba)

Misurata arriva all’ottava settimana sotto assedio, la quinta sotto i bombardamenti coordinati dal comando Nato sulla Libia. Fra i pochissimi reporter che stanno raccontando i combattimenti di strada in strada, due giornalisti dello Spiegel online, Jonathan Stock e Marcel Mettelslefen, che postavano questo racconto pochi giorni fa, descrivendo la città, la situazione negli ospedali, e un maestro elementare diventato cecchino.

NYT, Le Monde, Washington Post e Guardian – fattisi pastori dei WikiLeaks nel tentativo di dare ai dispacci nudi e crudi una qualche parvenza di contesto e di senso – affrontano adesso i circa 700 che riguardano il carcere di Guantanamo, limbo legale senza precedenti internazionali, nodo di imbarazzo sui diritti umani per gli Stati Uniti e la spina nel fianco più contestata a Obama dalla sinistra liberal americana rispetto alle promesse elettorali fatte due anni fa. Da noi in Italia si occupa di farne sintesi il Post. Uno degli uomini catturati dopo l’11 settembre in Pakistan, un libico “sospettato di appartenere ad al-Qaeda” e in seguito riconsegnato alle carceri di Gheddafi, è oggi uno dei leader del Comitato di Liberazione degli insorti in Libia.

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe, in particolare in questi giorni Siria, Yemen e Bahrain, e oggi l’avvio in Egitto del controverso processo all’ex ministro degli Interni, responsabile dell’ordine di sparare sui manifestanti che ha causato la morte di quasi 700 persone a piazza Tahrir.

? La canzone di oggi era “Bodysnatchers” dei Radiohead

Ecco la puntata di oggi:

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