Tag Archives: Keri Smith

lettura del pensiero/mind reading

hyacinths 2011

Keri oggi mi ha letto nel pensiero (e non sarebbe la prima volta):

“Voglio fingere che il mondo sia pieno di nascondigli segreti che nessuno può vedere tranne me.

Voglio creare una mappa di luoghi magici e mandarci le persone.

Voglio osservare gli alberi in cerca di segni e vedere cos’hanno da dirmi quando nessun altro li ascolta.”

Dal suo post dal Canada qui. Buona fortuna sorella Keri.

Today Keri read my mind (and it wouldn’t be the first time):

“I want to pretend the world is full of secret hiding places that no one else can see except me.

I want to create a map of magical places and send people to them.

I want to watch the trees for signs and see what they say to me when no one else is listening.”

From her post from Canada here. Good luck sister Keri.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

il dono/the gift

cherries basket

Vi ho già parlato de Il dono di Lewis Hyde, ma non resisto. L’avevo letto seguendo il consiglio di Margaret Atwood, ed è forse il singolo libro di idee che più mi ha influenzato nell’ultimo anno, e ha finito per influenzare anche il mio libro. In questi giorni Keri Smith consiglia il minifilm di Milton Glaser, che a sua volta cita Lewis Hyde: “Parto dal presupposto che se a me piace Mozart, e a te piace Mozart, abbiamo già qualcosa in comune, e questo farà diminuire le possibilità che ci uccidiamo uno con l’altro. Lewis Hyde ha studiato la cultura dello scambio di doni nelle società primitive, e dimostra che quanti più doni ci scambiamo, tanto più stretto sarà quello che ci unisce, e tanto più improbabile che ci faremo la guerra. Gli artisti fanno questo, mettono in circolo doni che non si possono trattenere, che vanno passati di mano in mano”.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

frutti maturi/ripe fruit

gregory crewson book

Mi sono convinta a studiare da capo alcune cose. E tutt’a un tratto gli stimoli arrivano da ogni parte: discussioni su Che Guevara, Pierpaolo Pasolini, A. che mi regala un librone sul progetto fotografico di Gregory Crewdson Dream House, K. che parla dei libri di Joseph Campbell sul mito dell’eroe.

I’ve set my mind to study a few things all over again. And all of a sudden, hints flow in abundantly: discussions about Che Guevara, Pierpaolo Pasolini, A. giving me a big book with Gregory Crewdson’s photo project Dream House, K. talking about Joseph Campbell’s books about the myth of the hero.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

bleach

bleached-peonia-2

Cosa succede quando non abbiamo nulla di cui preoccuparci, quando possiamo rallentare col lavoro, quando non ci riempiamo di cose da fare? Siamo veramente capaci di non riempire tutti i buchi liberi, di staccare il telefono,  di non controllare continuamente la posta? E cosa succede se lo facciamo? Sono le dinamiche che ha scoperto Andrea Scher quando ha fatto una pausa volontaria di un mese dal suo blog, potete leggere qui che cosa ha scoperto. Io sto raggiungendo un’ulteriore livello del mio disfarmi degli oggetti inutili, svuotare la casa, vivere con l’essenziale, e mi fa stare bene, ma sull’affollamento del tempo è tutta un’altra storia. La grande Keri Smith sta sognando una vita in camper, come fece un tempo la pittrice Emily Carr nelle foreste canadesi.  I suoi diari di quell’esperienza sono magici, e immagino che se hai una foresta, non serva molto altro.

What happens when we don’t have anything to worry about, when we can slow down at work, when we don’t fill our time with things to do? Are we really able to stop filling the tiniest empty spaces, to unplug our phones, to stop checking e-mail every minute? And what happens when we do? These are the dynamics that Andrea Scher has experienced when she has made a voluntary one-month pause in her blog, you can read about her discoveries here. I have reached a further level in my getting rid of useless objects, emptying the house, living with only the essential, and it makes me feel good, but the crowding of one’s time is a different story altogether. The great Keri Smith is dreaming about living in a camper, as once did painter Emily Carr in the Canadian forests. Carr’s diaries about that experience are magic, and I guess if you have a forest around you, you don’t need much else.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

l’abbondanza/abundance

yellow-measuring-tape

Sto sperimentando un po’ con il concetto di abbondanza. Mi sveglio con la sensazione che il tempo che userò in ogni giornata sia come la montagna di dollari di zio Paperone. Per ogni spazio che sembra ridursi sembra essercene un altro che si espande. Ho imparato molto sul dire di sì da Nathalie Goldberg (che scopro oggi ha realizzato un film sui luoghi di Bob Dylan!), da Keri Smith (che sta completando il suo nuovo libro – non vediamo l’ora, Keri!!), da Christine Mason Miller (che mi ha anche spinto a leggere May Sarton) - ma sapete quanto è grande la differenza fra quello che capiamo razionalmente e il momento in cui lo sentiamo accadere. Le ultime settimane sono state un insegnamento sul dire di sì. Dire di sì perché non è vero, per nessuno, che ci sarà sempre tempo per tutto. Perché certe volte un sì apre la strada ad altri innumerevoli sì. Perché dire di no è sterile e lascia tutto com’è, anzi l’illusione che tutto resti com’è, mentre è nella natura delle cose cambiare di continuo. Dire di sì perché quello che non è ancora possibile potrebbe diventarlo domani. Per aprirsi nuove strade, per prendere un bel respiro, perchè è meglio un’inerzia positiva, che si muove in avanti, piuttosto che un’inerzia che rallenta e frena. Il sì è una specie di spinta, di spalancamento, e sembra renderci più padroni della nostra vita, spostando le nostre energie sulle cose che per noi contano di più. Dire di sì è un segno di fiducia nell’abbondanza. C’è una vecchia canzone dei Waterboys che diceva “ce n’è sempre ancora, dopo ce n’è sempre ancora”. Un insegnamento prezioso che si dà agli scrittori è di non tenere da parte le idee, di usarle con la fiducia che ce ne saranno sempre di nuove, che le idee si rigenerano in continuazione. Anzi, più le usi più ne arrivano. A dirla tutta, dire di sì non è sempre facile, particolarmente in tempi di recessione, di austerità, di fatica. Ma certi sì che pronunciamo nell’intimo sembrano a volte mandare un segnale – solo apparentemente muto – a quello che ci circonda, rendendo possibile l’abbondanza contro ogni probabilità. Forse noi siamo muti, ma il mondo là fuori decisamente non è sordo.

I’m experimenting a bit with the concept of abundance. I wake up in the morning with the feeling that the time I have to use every day is like Scrooge McDuck’s mountain of dollars. For every space in my life that seems to shrink, there is another one expanding. I learnt an awful lot on saying yes from Nathalie Goldberg (and today I found out she has made a film about Bob Dylan’s places!), from Keri Smith (who is completing her new book – can’t wait, Keri!!), from Christine Mason Miller (who also brought me to read May Sarton)  – but you know how big is the difference between understanding something on a rational level and actually feeling it happen. The last few weeks have taught me a lot about saying yes. Saying yes because it’s not true, for no one, that there will always be time for everything. Because sometimes one yes opens up the road to countless more yeses. Because saying no is sterile and leaves everything the way it is - actually the illusion of leaving things like they are, because it’s in their nature to be everchanging. Saying yes because what is not yet possible might become possible tomorrow. Saying yes to open new roads, to take a deep breath, because a positive, forward inertia is so much better than one that slows you down and brings you to a halt. Yes is a sort of push, of wide opening, and it looks like it can make us so much more the masters of our own lives, helping us shift our energies onto the things that count to us. Saying yes is a sign of trust in abundance. There is one old Waterboys’ song that goes: “there is always more, there is always more after”.  One precious teaching writers often get is not to save up on ideas, to use them, trusting that there will always be new ones, because they perpetually regenerate. Actually, the more we use them, the more they keep on popping up.  To say it like it is, saying yes is not always easy, particularly in times of recession, austerity and struggle. But some yeses that we pronounce within us seem sometimes to send a signal – only apparently mute – to what surrounds us, making abundance possible against all odds. Perhaps we are mute after all, but there’s a world outside that is decidedly not deaf.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

cambio di luce/change of light

giacinti-aperti

In questi giorni qualcosa è cambiato impercettibilmente nella luce. Come tutte le cose misteriose, è successo senza che me ne accorgessi, un momento c’era questa luce d’acciaio dell’inverno, e il momento dopo un chiarore nella pioggia, una profondità diversa delle nuvole, una luce diversa sulle pareti di casa. Lo so! E’ ancora gennaio! E anche Keri invita a diffidare delle lusinghe lontanissime della primavera – però la sento, è dietro l’angolo. Sono nata in primavera e sono una persona primaverile. D’inverno patisco terribilmente l’assenza di luce, e d’estate non sopporto il caldo. Ma con una buona primavera, una gioia incredibile si impossessa di me, e se c’è una porta per arrivarci, per me si è aperta in questi giorni. Lo so perché ho cominciato a guardare in alto quando cammino per strada (e oggi ho visto un tizio che lavava i vetri di una minuscola mansarda). Il giacinto sta facendo una performance mozzafiato, ha perfino un terzo fiore nascosto e ancora chiuso, ed è la dimostrazione vivente che il bianco può essere tutto fuorché noioso. Il profumo è così forte che la B si ferma a mezzo metro di distanza, con un’espressione ammirata ma leggermente diffidente. Ho letto tonnellate di libri nel mio dolce bozzolo duramente guadagnato, padre e fratello sono diventati fan dei miei ritratti, N. ha postato le mie foto di Esperanza Spalding sul suo blog (hey, man!) e la sposa ha comprato l’abito per il matrimonio!

Something has imperceptibly changed in the light these days. Like with all mysteries, it’s happened without me realizing, one moment there was this wintery steel light, and then the next a brightness through the rain, a different depth in clouds, a different light on the walls at home. I know! It’s still January! And even Keri warns us against the flatteries of distant Spring – but I can feel it, it’s behind the corner. I was born in Spring and I am very much a Spring person. In winter I suffer terribly for lack of light, and in the summer I can’t stand the heat. But with a good Spring, an incredible joy seizes me, and if there is a door to it, it was disclosed to me today. I know because I have started looking up while I’m walking (and today I caught sight of a man washing a tiny dormer window). The hyacinth is giving a breathtaking peformance, there’s a third flower, hidden and closed, and it’s the living proof that white can be anything but boring. The smell is so strong that the B keeps a distance, his expression awed but slightly distrustful. Read tons of books in my hard-earned sweet cocoon, father and brother are becoming great fans of my portraits, N has posted my photos of Esperanza Spalding on his blog (hey, man!) and the bride has bought her wedding dress!

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

da vicino/close up

I giorni di festa sono stati preziosi, soffici, colmi di libri e di belle facce di amici. Sto riflettendo su un paio di cose che ho letto in questi giorni e ve le posto domani. Nel frattempo questa qui sopra è, di nuovo, un’altra parte per il tutto (che dimostra che ogni colore che usiamo è uno strenuo tentativo di imitare quelli, fenomenali, che si trovano in natura), grazie alla B, che d’inverno assume l’aria di uno che si è improvvisamente ricordato di discendere da una lunga stirpe reale di crudeli cacciatori, cosa che probabilmente è anche vera. La squisita Keri Smith ha postato sulla nostra intervista e potete perfino ascoltarla, in originale, qui. Vi è mai capitato che qualcuno che volevate conoscere si sia rivelato anche meglio di quello che vi aspettavate?

Holidays were precious, soft and full of books and beautiful friendly faces. I’m thinking over a couple of things I have been reading these days and I’ll post about it tomorrow. In the meantime, here above, once again a part for the whole (proving that all colors we use are a strenuous try to imitate those, phenomenal, that are found in nature), courtesy of the B; during winter he takes on this air of having suddenly remembered to be coming from a long royal lineage of cruel hunters, which is probably true, too. The truly exquisite Keri Smith has posted about our interview and you can even listen to it in original here. Has it ever happened to you that somebody you always wanted to meet turned out to be even better than expected?

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

la prima/the first one

In questi giorni ho consegnato la mia piccola parte di un progetto molto bello, che elencherò quando sarà pronto in un’apposita sezione dei link (avete visto che la B non ha resistito e ha già linkato un po’ di creature?), e adesso è arrivato il momento di tornare a un altro progetto, tutto mio, che avevo messo a raffreddare per un po’. La mia amica A. si sposa e terrà un ironico diario dell’avvento al grande giorno che promette grandi cose. Qui sopra una delle prime foto scattate con la nuova macchina (una scena piuttosto tipica a casa mia). Il prodigio digitale in sé, con tutte quelle possibili scelte incorporate, mi riempie di meraviglia. Adesso sto cercando di capire da che parte si comincia per sabotare la diabolica perfezione di questo giocattolo. So che non potrò mai ritrovare la vecchiezza folle e ombrosa della SX-70, ma devo capire come fare a spezzare questo schema pensato per non sbagliare niente. Tutto sommato, credo che la questione sia spesso tutta qui. Come ci regoliamo per trasmettere calore, personalità, sporcature, errore, insomma – vita, a quello che otteniamo dalle macchine? Ieri sera ho visto suonare un breve set acustico a uno dei gruppi che mi sono più cari, gli Afterhours, e continuo a trovarli traboccanti di questo preciso spirito – pura energia anche sporchissima, anche in condizioni difficili, perché l’idea è che, se riusciamo a concentrarci, quello che ci godiamo è il processo, non il risultato. Sono le cose che mi ha insegnato anche Keri Smith, una perla rara. Ho avuto la fortuna di intervistarla qualche giorno fa e spero che il suo spirito così cristallino porti fortuna al blog.  Anche F, pensando alle fotografie, sta proprio riflettendo su quali sono quelle piene di vita – indeterminate, fluttuanti, reali – e quelle statiche, perfettamente calcolate.  In un certo senso, la vita non è intera, non è ferma, non è inquadrata, non è a fuoco. 

I have just delivered my small part in a nice project I will list here in a proper section of the sidebar links in the future (have you seen what happened? The B has already linked a few fellow creatures). Now is the time to go back to another project, which is all mine and I had layed down to chill out for a while. My friend A is getting married and she’s going to keep a funny diary about her work in progress which is very promising. Here above you can see one of the first pics I took with the new camera (very daily scene over at my house). I am very much in awe of the digital prodigy itself, with all its different options, but now I am trying to understand how I can sabotage its diabolical perfection. I know I will never be able to get back the shadowy oldish crazyness of SX-70, but I need to find a way to break this scheme which was meant to prevent us from failing. Most of the time this is exactly the whole matter. How do we give warmth, personality, rough edges, mistakes, life, that is, to the stuff that we obtain from machines? Last night I attended a short acoustic set by one of the bands that are most dear to me, Afterhours, and they’re still brimming with exactly that spirit: pure energy, even when rough, even in difficult environments, because if we can concentrate on what we’re doing, what we enjoy is the process, not the product. It’s the same thing that I have learnt from Keri Smith, rare jewel. I was so lucky to have an interview with her a few days ago, and I hope her crystal clear spirit will bring luck to the blog. Also F, thinking about photography, is pondering over this: which are pictures full of life – indetermined, fluctuating, real – over those that are dragging, fixed, perfectly concocted. In a certain way, life is not whole, is not still, is not framed, is not in focus.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail