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L’arca di Noè/Noah’s ark

Monday, March 9th, 2009

chassis

Quando racconto agli amici tutto quello che abbiamo visto alla Cineteca di Bologna, sembra che siamo stati via un mese. Siccome è impossibile riassumere tutto in poche righe, andrò per titoli: una minicittà nella città; gli edifici ristrutturati di una ex manifattura tabacchi e di un ex macello ridisegnato da Aldo Rossi; in mezzo i Giardini Pubblici con una giostra felliniana; una testa di bue in pietra che ricorda le non gloriose origini dell’edificio; 80 persone che lavorano nei vari settori con una dedizione impressionante; la porta dell’ufficio di Anna, che non ha la porta, è una silhoutte di cartone di Charlot; la biblioteca cinematografica piena di studiosi; l’archivio Pasolini che raccoglie anche il suo archivio su nastro di appunti sonori sui set; il Leone d’Oro alla Carriera di Marcello Mastroianni; centinaia di migliaia di fotografie di scena e di lavoro in bianco e nero del cinema italiano e internazionale raccolte in speciali scatole d’archivio con grossi fiocchi deliziosi, e scaffali scorrevoli come in un sottomarino; migliaia di riviste cinematografiche, liste dialoghi, sceneggiature, lettere, documenti, quaderni di lavoro con storyboard, Polaroid, appunti e disegni; le due sale cinematografiche specializzate, una rossa e una blu, e il proiezionista che ci saremmo portati a casa con noi; i progetti di restauro della World Cinema Foundation di Martin Scorsese, il laboratorio di restauro, nel quale api operaie riparano millimetro per millimetro pellicole danneggiate, separano rumori di fondo delle apparecchiature dell’epoca dai rumori causati dall’usura, studiano per anni, fanno il censimento delle copie esistenti di un film, incollano, ricuciono, producono nuove copie positive o nuovi negativi dai positivi e concepiscono un restauro aperto perché anche le generazioni future possano intervenire con nuove tecnologie. E infine, il mirabile Archivio Charlie Chaplin, col salvataggio dei suoi film e la digitalizzazione a uso pubblico di tutte le centinaia di migliaia di carte del suo archivio personale. Ci hanno aperto davanti un quaderno di lavoro di Monsieur Verdoux, con gli schizzi dei cappellini firmati “CC” e i suoi disegni per la direzione dello sguardo della fiorista, e mi è girata la testa. Una specie di Arca di Noè al servizio del cinema, un luogo di fitto lavoro, minuziose competenze e sguardi proiettati in avanti. Una bellezza da lasciare senza parole,  un privilegio esserci stati, e poterlo fotografare.

When I tell friends everything we’ve seen at Bologna Film Collection, it sounds as we’ve been away for one month. Since it’s impossible to sum up everything in a few lines, I’ll go by titles: a minitown inside the city; the refurbished buildings of an ex cigarette factory and an ex abattoir redesigned by Aldo Rossi; the public gardens in the middle, with a fairground remeniscent of Fellini; a stone bull’s head that reminds us of the not-so-glorious origins of the building: 80 people working in different sectors with astonishing dedication; the door to Anna’s doorless office is a cardboard silhouette of Charlot; the cinema library full of scholars; the Pasolini archive where his tape archive of voice notes on sets is collected; Venice Golden Lion to the career to Marcello Mastroianni; hundreds of thousands of black and white set photographs, all collected in special archival & beautifully ribboned boxes, dialogue lists, scripts, letters, papers, working scrapbooks with handmade storyboards, Polaroids, notes and drawings; the two film venues, the red and the blue, and the projectionist we would have gladly taken back home with us; the film restoration projects for Martin Scorsese’s World Cinema Foundation, the restoration lab, where busybees repair damaged film strips millimetre by millimetre, separate original background noises from the noises caused by wear and tear, study for years, take a census of all existing copies, glue, sew up, produce new positive copies or new negatives from existing positives and conceive a restoration that will stay open to the future intervention of those who will enjoy different technologies. And last but not least, the awesome Charlie Chaplin archive, where his films are saved and restored to their original form and hundreds of thousands of papers from his personal archives are digitalized for public use and consultation. They opened up before us a scrapbook for Monsieur Verdoux, with his sketches up the pillow box hats signed “CC” and his drawings for the direction of the flowers girl stare, and I felt like swooning. A sort of Noah’s Ark for cinema, a place of thick work, minute skills and stares ahead. Its beauty left me speechless, pure privilege to watch it, and being allowed to shoot it.

l’abbondanza/abundance

Wednesday, February 25th, 2009

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Sto sperimentando un po’ con il concetto di abbondanza. Mi sveglio con la sensazione che il tempo che userò in ogni giornata sia come la montagna di dollari di zio Paperone. Per ogni spazio che sembra ridursi sembra essercene un altro che si espande. Ho imparato molto sul dire di sì da Nathalie Goldberg (che scopro oggi ha realizzato un film sui luoghi di Bob Dylan!), da Keri Smith (che sta completando il suo nuovo libro – non vediamo l’ora, Keri!!), da Christine Mason Miller (che mi ha anche spinto a leggere May Sarton) - ma sapete quanto è grande la differenza fra quello che capiamo razionalmente e il momento in cui lo sentiamo accadere. Le ultime settimane sono state un insegnamento sul dire di sì. Dire di sì perché non è vero, per nessuno, che ci sarà sempre tempo per tutto. Perché certe volte un sì apre la strada ad altri innumerevoli sì. Perché dire di no è sterile e lascia tutto com’è, anzi l’illusione che tutto resti com’è, mentre è nella natura delle cose cambiare di continuo. Dire di sì perché quello che non è ancora possibile potrebbe diventarlo domani. Per aprirsi nuove strade, per prendere un bel respiro, perchè è meglio un’inerzia positiva, che si muove in avanti, piuttosto che un’inerzia che rallenta e frena. Il sì è una specie di spinta, di spalancamento, e sembra renderci più padroni della nostra vita, spostando le nostre energie sulle cose che per noi contano di più. Dire di sì è un segno di fiducia nell’abbondanza. C’è una vecchia canzone dei Waterboys che diceva “ce n’è sempre ancora, dopo ce n’è sempre ancora”. Un insegnamento prezioso che si dà agli scrittori è di non tenere da parte le idee, di usarle con la fiducia che ce ne saranno sempre di nuove, che le idee si rigenerano in continuazione. Anzi, più le usi più ne arrivano. A dirla tutta, dire di sì non è sempre facile, particolarmente in tempi di recessione, di austerità, di fatica. Ma certi sì che pronunciamo nell’intimo sembrano a volte mandare un segnale – solo apparentemente muto – a quello che ci circonda, rendendo possibile l’abbondanza contro ogni probabilità. Forse noi siamo muti, ma il mondo là fuori decisamente non è sordo.

I’m experimenting a bit with the concept of abundance. I wake up in the morning with the feeling that the time I have to use every day is like Scrooge McDuck’s mountain of dollars. For every space in my life that seems to shrink, there is another one expanding. I learnt an awful lot on saying yes from Nathalie Goldberg (and today I found out she has made a film about Bob Dylan’s places!), from Keri Smith (who is completing her new book – can’t wait, Keri!!), from Christine Mason Miller (who also brought me to read May Sarton)  – but you know how big is the difference between understanding something on a rational level and actually feeling it happen. The last few weeks have taught me a lot about saying yes. Saying yes because it’s not true, for no one, that there will always be time for everything. Because sometimes one yes opens up the road to countless more yeses. Because saying no is sterile and leaves everything the way it is - actually the illusion of leaving things like they are, because it’s in their nature to be everchanging. Saying yes because what is not yet possible might become possible tomorrow. Saying yes to open new roads, to take a deep breath, because a positive, forward inertia is so much better than one that slows you down and brings you to a halt. Yes is a sort of push, of wide opening, and it looks like it can make us so much more the masters of our own lives, helping us shift our energies onto the things that count to us. Saying yes is a sign of trust in abundance. There is one old Waterboys’ song that goes: “there is always more, there is always more after”.  One precious teaching writers often get is not to save up on ideas, to use them, trusting that there will always be new ones, because they perpetually regenerate. Actually, the more we use them, the more they keep on popping up.  To say it like it is, saying yes is not always easy, particularly in times of recession, austerity and struggle. But some yeses that we pronounce within us seem sometimes to send a signal – only apparently mute – to what surrounds us, making abundance possible against all odds. Perhaps we are mute after all, but there’s a world outside that is decidedly not deaf.