cimeli

(this article was originally posted on Alaska at Radio Popolare)

Ci sono uomini-icona che continuano a ispirare, e in qualche caso a fare paura. Un nuovo film con materiale inedito su Che Guevara, una lettera inedita di Kurt Cobain messa all’asta, un cimelio di John Lennon che ancora interessa all’FBI. Rispettivamente, da Repeating Islands, Pitchfork e il Post.

? Le canzoni di oggi erano “Polly” dei Nirvana e “Working class hero” di John Lennon

Ecco la puntata di oggi:

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caraibi

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Prima di dedicarci all’argomento di oggi vi ricordo che i netizens in Pakistan oggi celebrano la Giornata Contro la Cyber Censura. Potete leggere Teeth Maestro qui.

E’ arrivato il momento di dedicare a Repeating Islands lo spazio che merita, quindi eccoci qua, con una puntata di esplorazione di questo superblog di altissima qualità dedicato alla vita e alla cultura delle comunità caraibiche.

Anche se per la mole Repeating Islands sembra un magazine con decine di collaboratori (i post nuovi sono anche 3 al giorno, e tutti molto informati) in realtà è la creatura di due donne: Ivette Romero-Cesareo, nata a Manhattan e cresciuta a Puerto Rico, e Lisa Paravisini Gebert, portoricana; entrambe accademiche, appartengono al mondo delle università caraibiche, hanno pubblicato decine di libri e di articoli e uniscono la conoscenza intima della cultura caraibica a un’apertura verso la comunicazione internazionale sul web, spesso facendo da ponte fra spagnolo e inglese.

Qui potete godervi le credenziali di Ivette e di Lisa. Repeating Islands produce continuamente contenuti propri e fa anche da collettore delle più interessanti notizie sul mondo caraibico che arrivano dalla stampa internazionale; vi racconta del corridore giamaicano che sta partecipando alla più lunga corsa coi cani da slitta in Alaska, dell’attività di Cuba in sostegno ad Haiti, delle nuove rotte navali su Santo Domingo, degli interventi Onu e dei vertici politici più importanti, di libri honduregni e mostre costaricane, di diritti civili e di trasformazioni culturali, di acqua, musica, religione e assistenza sanitaria.

I principali nodi di aggiornamento del blog in questo periodo riguardano naturalmente Haiti, e abbiamo attinto spesso ai loro materiali. Oggi vi propongo di dare un’occhiata ad alcuni post di taglio particolare sull’argomento: il regista Jonathan Demme interrotto dal terremoto nel suo secondo progetto di girare ad Haiti dopo The Agronomist (se lo eravate perso, eccolo qua), e la situazione della squadra di calcio di Haiti.

Repeating Islands si occupa naturalmente anche di cultura cubana, e negli ultimi giorni propone due post particolari; le polemiche che infuriano intorno al ritratto leggendario di Che Guevara realizzato da Alberto Korda, e una nuova serie televisiva a Cuba che esamina alcune delle decine di attentati alla vita di Castro.

(le traduzioni/riassunti dai post originali di Repeating Islands potete riascoltarli qua sotto nel podcast)

Le musiche di oggi erano “Simblo Do” di Ti Coca e “Dos Gardenias” nella versione del Buena Vista Social Club

Ecco la puntata di oggi:

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qualche maceria

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In apertura vi ho letto un frammento tratto da Un debole per quasi tutto di Aldo Buzzi.

L’architetto e scrittore ci ha lasciato qualche giorno fa, alla veneranda età di 99 anni. Era il destinatario, fra l’altro, delle celebri lettere dell’illustratore Saul Steinberg (uno dei veri Saggi del Novecento) pubblicate in Italia da Adelphi. Per me, e per la storia dei giorni giovanili a Città Studi che Buzzi e Steinberg condivisero per tutta la vita, Aldo Buzzi è profondamente legato a Milano, a una Milano che non esiste più. Mi ha colpito perciò trovare fra i tanti ricordi di lui in rete, il resoconto di un incontro con Buzzi nella sua casa milanese postato dallo scrittore e traduttore James Marcus sul suo blog House of Mirth, al quale sono arrivata attraverso il blog italiano sulromanzo. Nel post trovate anche un minuscolo video di questa conversazione.

“Sono quasi due anni dall’ultima volta che sono venuto a trovare Aldo Buzzi a Milano”, scrive James Marcus, “Non sono sicuro di poter raccomandare dicembre ai visitatori di questa città brusca e veloce. le giornate sono corte. Incombono le vacanze. I milanesi hanno il buon senso di di stare a casa a festeggiare, il che significa che mezza città è chiusa. Si può vagabondare nell’opulenza della Galleria, dove cittadini attenti spengono le sigarette sui pavimenti di marmo, ma i negozi sono tutti chiusi. La Scala è chiusa. L’attività del Duomo prosegue a pieno ritmo. Ma la facciata è coperta di impalcature, a loro volta ricoperte da una riproduzione della facciata: l’equivalente architettonico di una menzogna. Almeno davanti al Duomo ci sono dei turisti, che irradiano calore e cameratismo. Le famose vie consacrate alla moda, nel frattempo, sono vuote. Sembra che qualcuno abbia sganciato una bomba atomica su tutto il quartiere: la vita umana è scomparsa, ma le merci sgargianti, con i cartellini del prezzo da infarto, sono ancora in mostra. Non sono capi intesi per essere indossati. Ci sono pellicce che non saranno mai indossate – interi cappotti fatti da schiere di animaletti – tranne forse dai gangster russi e dalle loro consorti. Ma noi non siamo qui in visita, siamo qui per Aldo”. E qui Marcus racconta dello scambio di lettere che ha preceduto questo incontro, mezzo in italiano mezzo in inglese, quella frontiera della fantasia che Aldo Buzzi conosceva così bene e che aveva esplorato con Steinberg – e della sua calligrafia ornata, in via d’estinzione. Buzzi lo accoglie alla porta in cardigan rosso, appoggiandosi al bastone ma ancora vivace per i suoi 97 anni, e la sua mente è rapida e lucida, simpatica e paziente. Marcus descrive il suo tavolo da lavoro, la bozza di una traduzione a metà, le penne e i pennelli, un coltellino giapponese, e una sfera di vetro a forma di occhio che Aldo trova, fotografata dalla compagna di James, Nina, “molto steinberghiana”. Sua moglie, che non c’è più, era la sorella di Alberto Lattuada. Così si parla di cinema, di Enno Flaiano, della casa editrice Ponte alle Grazie che in questi ultimi anni ha ripubblicato tanti scritti di Buzzi. Quando Aldo chiede a James che mestiere faccia sua moglie, lui gli dice che si occupa di questioni finanziarie quasi esoteriche, di cui lui stesso capisce solo una minima parte, perché probabilmente Nina è molto più intelligente di lui. Aldo Buzzi gli risponde: “è sempre così”.

Ancora una volta Yoani Sanchez si è vista negare il visto per uscire da Cuba e andare a New York a ritirare l’ennesimo premio per il suo blog. La sua vicenda viene naturalmente utilizzata per attirare l’attenzione sulla questione della liberalizzazione dei viaggi da e per Cuba, e non è un caso che il primo giornale americano a riportare un’intervista con Yoani in questi giorni sia il Miami Herald, quotidiano della città con la più grossa comunità di espatriati cubani e anticastristi di tutti gli Stati Uniti. Yoani Sanchez, laureata in filologia e una piccola star del mondo dei blog, come fanno molti potrebbe cercare di aggirare la questione del visto triangolando il viaggio su un altro paese, in attesa che i cittadini cubani possano viaggiare dove più piace loro nel mondo. Nel frattempo, però, la cosa che mi sembra veramente interessante è proprio il suo blog. Si chiama Generacion Y ed è ispirato alle persone nate a Cuba negli anni Settanta o Ottanta che hanno il nome che comincia per Y, segnate dalla frustrazione per le limitazioni alla loro libertà. Oltre a un ricchissimo blogroll di link ad altri blog cubani, per chi legge facilmente lo spagnolo i post di Yoani sono una miniera di racconti, sui quali farsi la propria idea. Diamo un’occhiata al suo post più recente – si intitola “Architettura dell’urgenza”:

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Nel testo del post Yoani racconta dello smantellamento pezzo per pezzo di una struttura abbandonata operato da cittadini che riutilizzeranno gli stessi materiali per gli usi più vari, a cominciare dalla vendita al mercato nero. “Come una legione di formiche”, racconta, vengono a smontare la fabbrica chiusa, con i bambini messi agli angoli della strada per controllare se arriva la polizia. Nel giro di tre settimane, delle strutture originali della fabbbrica resta in piedi soltanto una colonna. “Tutto ciò che si poteva usare è stato trasferito nel territorio della necessità. In un’isola in cui riuscire a conquistare un po’ di cemento o di acciaio equivale a trovare della polvere di luna, decostruire per edificare è diventata una pratica comune. Ci sono persone specializzate nell’estrarre frammenti di tubo murati da ottant’anni, o una singola piastrella da un insieme di rovine. Trovare una tazza del gabinetto quasi integra è considerata una grande fortuna”. Un’ode alla destrezza dei riciclatori, che potrebbe farci anche riflettere sulla montagna di sprechi della nostra edilizia.

Con una citazione, guarda un po’, da Ernesto Che Guevara, si apre il blog di Miss Kappa che scrive da L’Aquila. Oggi posta la lettera del sindaco Cialente e della Protezione Civile che chiede a coloro che sono ancora sistemati nelle tende di abbandonarle prima che arrivino i rigori dell’inverno, in cambio di altre sistemazioni altrettanto provvisorie. Nel suo post trovate il testo integrale della lettera ufficiale, ma anche quello della risposta dei cittadini, che affronta una questione di cruciale importanza, quella del mutuo soccorso.

Le musiche di oggi erano “Tomorrow never knows” di Bruce Springsteen e “Dos gardenias” del Buena Vista Social Club.

Ecco la puntata di oggi:

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