MILANOOOOOOOOO!!!!!!

Dopo la clamorosa vittoria di Giuliano Pisapia ieri a Milano su Letizia Moratti, qualche chicca dalla rete: come riportano la notizia il New York Times, l’inglese Independent e altri, e cosa si diceva ieri sera sul forum del sito del PdL (che doveva riaprire stamattina alle 9.30 e invece ancora tace, mentre quello di Radio Padania è chiuso e così molti altri forum collegati)

Sulla timeline del Twitter di Alaska trovate il racconto momento per momento delle rivolte arabe.

? La canzone di oggi era “Land of hope and dreams” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

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le armate della notte

Non vi mostro le foto, atroci, della strage di manifestanti a Benghazi due giorni fa. Delle fosse comuni in cui sono stati trovati i corpi, sfigurati, di quasi 100 militari libici che avevano disertato. Delle vittime del bombardamento di ieri sulla gigantesca manifestazione di Tripoli che ieri stava marciando pacificamente verso il palazzo di Gheddafi. Nonostante Twitter (potete seguire i nostri contatti qui), la verità è che in un momento così importante della storia della Libia e di tutta l’area, siamo ancora completamente al buio. Sappiamo troppo poco del movimento, di come si è organizzato nelle città, e naturalmente troppo poco dell’esito degli atti di repressione sulla protesta diffusa. A Tripoli ieri niente luce né acqua né telefoni né connessioni. Solo oggi qualche inviato straniero riesce ad entrare nel paese. Solo stamattina in radio stiamo cominciando a capire quanti morti ci sono stati soltanto durante il raid aereo di ieri.

Global Voices in Italiano fa sintesi di alcuni filoni di messaggi di ieri via Twitter e facebook – uno riguarda cosa c’entra l’hashatg #Berlusconi con la Libia. L’altro quello delle foto e dei video - crudi, bui, confusi – che i microblogger libici sono riusciti a postare avventurosamente fin adesso.

Democracy Now! (radio e sito web della sinistra radicale americana) sta facendo un gran lavoro sui paesi arabi, a cominciare dai tweet di Salif Kouddous dal Cairo che abbiamo tanto seguito nelle scorse settimane. Oggi posta un’intervista (audio e testo) con il poeta e studioso libico Khaled Mattawa, professore associato di letteratura inglese all’Università del Michigan. Mattawa spiega perché, comunque vada a finire, la Libia sta cambiando per sempre.

Last minute mentre sto postando: Jamal Elshayyal di Al Jazeera è appena riuscito a raggiungere Sidi Barani, confine fra Egitto e Libia – qui il live blog in inglese di ALJ.

? La canzone di oggi era “Ain’t no grave” di Johnny Cash

Ecco la puntata di oggi:

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femmine

Mona Seif, alias @monasosh su Twitter, il 12 febbraio – the Day After – al cellulare in pza Tahrir (foto Matthew Cassel via Electronic Intifada)

In Italia le femmine valgono poco (7mila euro e una compilation di Apicella), ma sono proprio le donne, adesso, a smuovere con la loro protesta trasversale la montagna della politica che era sembrata inamovibile per quindici anni. Stamattina si auspica che a guidare la coalizione per le riforme fino a nuove elezioni sia un gruppo di donne. Saranno tre donne a giudicare Berlusconi in tribunale il 6 di aprile. In Egitto, ieri, le ragazze del movimento di piazza Tahrir hanno steso un documento di protesta perché nel comitato di civili che guiderà la transizione – formato da molte delle guide del movimento – non c’è nemmeno una donna.

Intanto, negli Stati Uniti esplode una polemica non senza conseguenze su quello che è capitato a Lara Logan della Cbs, una delle ultime reporter arrestate nella giornata nera dei pestaggi del 28 gennaio al Cairo. Solo nelle ultime ore, e con pochi dettagli, è emerso che Lara non è sopravvissuta soltanto alle botte e all’arresto da parte della polizia militare, ma anche a un’aggressione sessuale da parte delle gang pro-Mubarak, dalla quale è stata salvata da un gruppo di donne e da una ventina di soldati. Il fatto che si sia parlato prima di stupro per poi ritrattare con termini solo leggermente meno gravi non ha contribuito alla chiarezza del suo caso e alla solidarietà nei suoi confronti. Laila Lalami di The Nation posta una panoramica di reazioni al suo caso, mettendo in luce alcune sfumature razziste e reazionarie. Nir Rosen, ricercatore al Centro studi sulla Legge e la Sicurezza della New York University, è cascato malamente nella trappola, facendo su Twitter dello humor nero su Lara Logan e in pratica sostenendo che il caso della reporter non sia più notevole di quello di chissà quante decine di donne molestate o aggredite sessualmente nei disordini di Tahrir. In poche ore Twitter si è rivoltato contro di lui. Nir Rosen ha cercato di difendersi, per poi scusarsi e dirsi così imbarazzato dalla falsa immagine di sé che ha dato con questo episodio da chiudere il proprio account di Twitter (che, dice, “avevo dimenticato non fosse privato”), ma non solo, visto che ha immediatamente rassegnato le dimissioni dal suo posto all’università. Qui il riassunto della vicenda con tanto di riproduzione dei suoi tweet, da Huffington Post.

Intanto, la ragazza coraggiosa che i follower di Alaska su Twitter conoscono come Monasosh, vero nome Mona Seif, è stata intervistata da Matthew Cassel di ElectronicIntifada e racconta la sua rivoluzione egiziana.

? La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

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uomini da niente

Nel grande disegno della storia, sembra ancora che un solo uomo possa fare molta differenza – ma spesso in peggio. Cosa preferite? Il vecchio porco, l’assassino o l’ex dittatore che rientra di nascosto fra le macerie del paese da cui era stato cacciato dal popolo venticinque anni fa? Qualunque scegliate, uno di questi tre ce l’abbiamo in casa. E gli altri due ci riguardano comunque.

L’ex dittatore di Haiti (e figlio di dittatore) “Baby Doc” Duvalier è rientrato due giorni fa nel paese devastato dal terremoto. Costretto dalla rivolta popolare del 1986 ad andarsene, era dal 2004 che parlava di voler tornare per candidarsi alle elezioni. Molti blog investigano sul suo rientro, pubblicano foto del suo arrivo nell’oscurità, fanno rassegna stampa di quello che si trova in rete. Il Post. Cosa dice Mojo. Da Repeating Islands la Reuters, le speculazioni sulle possibili ragioni del rientro e lo schiaffo agli haitiani già piegati dal terremoto, l‘opinione di Georgianne Nienaber (che vi traduco qui sotto nel podcast), il sunto dell’Associated Press, cosa si domanda Tim Padgett di Time.

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Anche il Post non ce la fa più, e in effetti davanti alle porcate da vecchio satiro del Presidente del Consiglio italiano è dura mantenere un aplomb britannico… Il Post ci invita a riflettere su cosa significa essere complici.

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Ben Ali abbandona la Tunisia (cosparsa di morti) e fugge in Arabia Saudita. Le reazioni su Twitter dai paesi arabi, e la reazione al suo arrivo in Arabia Saudita. Nel nuovo governo tunisino un  noto blogger diventa ministro, in rete se ne discute.

? Le musiche di oggi erano “Gli spietati” dei Baustelle e “Miracoli” di Cristina Donà

Ecco la puntata di oggi:

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harem e matrimoni

L’harem a pagamento di Berlusconi continua a ispirare i media stranieri, anche se con una comprensibile tinta di angoscia. Ancora una volta facciamoci osservare con lo sguardo di chi ci vede da lontano, questa volta da Ingrid D. Rowland, che posta per il blog della New York Review of Books.

Meraviglie del matrimonio, invece, o almeno quelle che sono riusciti a guadagnarsi la scrittrice Antonia Fraser e il drammaturgo e premio Nobel Harold Pinter, che ci ha lasciato a Natale di due anni fa. Fraser ha pubblicato da poco un volume autobiografico, Must you go?, che narra il suo rapporto con Pinter, e che sembra stia leggendo mezzo mondo. La rubrica libri del Daily Beast l’ha intervistata.

Per chi vuole partecipare alle primarie del centrosinistra per il candidato sindaco di Milano questa domenica, ecco il link al sito con i profili dei 4 candidati, le modalità per votare e i luoghi della città dove si vota più vicini a casa vostra.

Ultim’ora: ne avevamo parlato, e adesso, dopo molti tentennamenti, arriva la notizia che Daily Beast e Newsweek hanno raggiunto un accordo.

? Le canzoni di oggi erano “Cavallo bianco” di Marco Iacampo e “Creep along Moses” di Mavis Staple

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vulkie awards (e altre eruzioni)

(foto Lucas Jackson/Reuters)

Se ieri vi siete emozionati per lo scontro tra Fini e Berlusconi alla direzione nazionale del Pdl, guardate che bel thread di commenti ha messo in moto Il Post su Friendfeed, commentando gli interventi in diretta a mo’ di bar sport fino a raggiungere quasi 3000 commenti.

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L’avventura del vulcano (che anche oggi fa chiudere l’aeroporto di Reijkjavik) è stata per noi l’occasione di esplorare alcuni blog islandesi scritti in inglese. L’ultimo che vi propongo è di una ragazza non islandese ma del Wisconsin, Yessica, che studia all’Università dell’Islanda. Ama molto il paese in cui si trova e prende in giro i compatrioti americani che non ne sanno quasi nulla, ma non le sfuggono nemmeno le ironie della vita islandese (qui per esempio potete vedere il suo schemino di come funzionano nomi e patronimici nell’albero genealogico di una famiglia). All’inizio dell’eruzione del vulcano è andata a visitarlo dalla tradizionale postazione per turisti, per poi riparare in città quando le cose si sono fatte più serie. Nel frattempo, l’Islanda ha preso posto nelle cronache internazionali e Yessica ha deciso di istituire i suoi personali Vulkie Awards, una sorta di premio satirico alle peggiori scemenze che si sono sentite sui media. Sta assegnando Vulkie Awards da una settimana, e oggi ve li racconto un po’. Nomination per la peggiore pronuncia del nome del vulcano, per il servizio televisivo più allarmista, per la più strampalata interpretazione geologica, per il peggior intervento del presidente islandese, un premio umanitario a Jon Stewart e molto altro…

Le musiche di oggi erano “Timshel” dei Mumford & Sons e  “Takk” dei Sigur Ros

Ecco la puntata di oggi:

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crumbs

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(l’originale splendido di Danny Clinch)

L’unica cosa che può risollevarmi dall’esito delle elezioni è che ieri ho visto le prove per la copertina del mio libro. Per un attimo è stata la cosa più bella del mondo.

The one thing that can lift my spirit after the outcome of our elections is that yesterday I saw the proofs for the cover of my book. For one split second it was the most beautiful thing in the world.

urne

urna

Oggi giusto qualche fettina di aspro limone da un giro nei blog italiani che commentano il risultato elettorale, in particolare l’aumento dell’astensionismo.

Cominciamo da Natalino (che credo sia anche un sostenitore di RP) che fa una riflessione sul fatto che la sinistra vota su facebook , la destra vota nei seggi. Potete leggere qui il suo post di oggi.

Ma non c’è solo chi punta il dito contro chi non è andato a votare. IMille riporta un pezzo di Marco Simoni per L’Unità che dà la sua interpretazione del dato sull’astensionismo in chiave di stagnazione e mancanza di opportunità per i più giovani. Il 51% di quelli che hanno fra i 18 e i 35 anni non vota.

Qualche dritta arriva anche all’altra parte della barricata. Freedom Land fa paradossi più veri del vero, con il suo Moleskine elettorale. Potete leggerlo qui.

E infine, il Bianconiglio contribuisce al dibattito dandosi praticamente alla poesia.

Come sempre potete lasciare  i vostri commenti qui sotto, anche se non garantisco che vi farà sentire meglio.

Le musiche di oggi erano “Inno nazionale del mio isolato” di Giuliano Dottori e “Il paese è reale” degli Afterhours.

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Italians

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(dal blog di Miss Kappa)

Non soltanto la politica italiana si sta disinteressando della politica estera, ma gli altri paesi invece ci osservano con grande curiosità. Il loro sguardo potrebbe essere l’unica garanzia rimasta che qualcuno si preoccupa per noi. Forse non vi sarà sfuggita la notizia che BBC2 ha prodotto e cominciato a trasmettere The Berlusconi Show, un documentario su Berlusconi realizzato dal reporter del Sunday Times Mark Franchetti e inserito nella serie This World. Oggi vi propongo un paio di recensioni del documentario (che sono anche naturalmente una specie di recensione del nostro presidente del consiglio e di noi). In rete ce ne sono moltissime, segno che il documentario ha destato grande attenzione. Purtroppo sul sito della BBC è possibile visualizzare un estratto del documentario solo per chi si collega dall’Inghilterra, ma può darsi che nel giro di qualche giorno qualcosina comparirà su YouTube.

Il primo commento che vi propongo è quello del Guardian, tradotto in italiano da Internazionale.

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Il secondo, più ampio, l’ha postato Gerard Gilbert sul blog The Art Desk . Qui sotto nel podcast potete riascoltare la traduzione.

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Ogni volta che abbiamo parlato di quello che si muove sui blog a proposito degli strascichi del terremoto dell’Aquila è saltato fuori il problema delle macerie del centro storico, rimaste intoccate fino a pochi giorni fa. La nostra vedetta, Miss Kappa, raccontava giorni fa che non soltanto agli aquilani non era permesso entrare in Zona Rossa per motivi di sicurezza, ma che siccome nessuno ha mai pensato di rimuovere le macerie dei monumenti e delle case storiche, anche quelle parti ancora integre che potevano essere messe in sicurezza – opere lignee, frammenti di dipinti, porzioni architettoniche, sono rimaste invece esposte agli elementi per tutti questi mesi, aggravando il danno in modo esponenziale. Poi, di fronte ai ritardi nella consegna degli alloggi e all’emersione dello scandalo sulla Protezione Civile, sapete che gli aquilani, in numeri sempre maggiori, hanno fatto il loro ingresso forzato ogni domenica in Zona Rossa e hanno dato inizio alla rimozione delle macerie. Da una parte rimuovere le macerie è un forte atto simbolico di partecipazione, un modo per rimettere in moto la vita del centro storico, dall’altra però gli aquilani sono ben consapevoli che le macerie vanno accuratamente vagliate prima di essere rimosse, per essere sicuri di non gettare via frammenti di valore. Adesso, d’improvviso, con l’avvento della campagna elettorale le macerie sono diventate argomento ambitissimo. Leggete cosa raccontava ieri Miss Kappa.

Le musiche di oggi erano “Bodysnatchers” dei Radiohead e “Dandelion” di Charlotte Gainsbourg

Ecco la puntata di oggi:

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