il campo di battaglia/the battlefield

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So che tanti di voi scrivono, quindi oggi faccio un riassunto delle cose che ho imparato vivendo con questo libro/I know that many of you write, so today I post a summing up of what I’ve learned living with this book.

Il mondo non aspetta che tu ti decida, e tu ti decidi solo quando dici ad alta voce “lo faccio”, non prima. Lo dici, quando lo dici diventa vero, e poi devi farlo per forza/ The world is not waiting for you to make up your mind, and you make up your mind only when you say out loud “I’ll do it”, not before. You say, it becomes true, and then you’re bound to do it.

Per dirlo possono volerci, come nel mio caso, tredici anni/To say it out loud it can take, as in my case, thirteen years.

Motivi per cui non riesci a dirlo: di solito sono tutte cose che erano vere quando avevi cinque anni, o dieci anni fa, qualcosa che ti sei messo in testa da solo e non sai più togliere, qualcosa che hai attribuito alla zia e la zia magari neanche lo sa, un’idea vecchia di te, e il non rendersi conto che cambiamo di continuo, e che siamo sempre molto più pronti di quello che pensiamo/ Reasons why you can’t say it out loud: usually it’s all stuff that used to be true when you were five, or a decade ago, something you stuck in your own mind and don’t know how to get rid of, something you have attributed to your aunt and she doesn’t even know, an old idea of yourself, and the not realizing that we keep on changing, and that we are always more ready than we think.

Le ossessioni sono segnali stradali che ti indicano la strada. Puoi diventare molto bravo a negarti quello che vuoi, ma le ossessioni dicono altrimenti/Obsessions are a road sign showing you the way. You can become very good at denying what you want, obsessions say otherwise.

Scrivere non è un’attività intellettuale. E’ come cucinare, come cucire, come lavorare la ceramica al tornio/Writing is not an intellectual activity. It’s more like cooking, sewing, making pottery.

La gestazione della scrittura è esattamente quello che dice la parola: una gestazione/ gestation in writing is exactly what the word says: a gestation.

Non è possibile scrivere davvero senza accettare di perdersi, di allontanarsi dalla costa, di andare alla deriva/It is not possible to really write without accepting to get lost, to lose sight of the shore, to drift away.

Messner dice che una scalata si prepara per anni, e si prepara immaginando di tracciare la propria strada nella materia. Poi, quando sei lì, e la linea immaginata diventa concreta, scopri che è meglio fare una piccola modifica, oppure commetti qualche errore. Certe volte devi tornare indietro e ricominciare da capo. Scrivere è così/Reinold Meissner says that an ascent is prepared for years by picturing in your mind a line you want to draw in matter. Then, when you’re there, and the imagined line becomes real, you find out that you’d better make a little improvement, or you make mistakes. Sometimes you have to go all the way down again and start anew. Writing is like that.

La pazienza, per dirla come la dice M., “è una dote che non ho”. Però si può imparare/Patience, to say it with M, is a gift I don’t have. But it can be learnt.

Più scrivi e più impari. Visibilmente, da un giorno all’altro. Come si impara a guadare un torrente mettendo i piedi sui sassi, e il giorno dopo si salta da un sasso all’altro senza paura di scivolare/The more you write, the more you learn. Visibly, from one day to the next. Like you learn to wade a stream by putting your feet on stones, and the next day you jump from stone to stone with no fear of slipping.

La scrittura è l’unico posto in cui tutto quello che sei serve, anche i rifiuti. Somiglia all’amore ma la sa molto più lunga/ Writing is the only place where all you are is useful, waste included. It’s a lot like love, but it knows its stuff better,

Miglior consiglio mai sentito per sbloccare una frase: fare una doccia. Ci avevo riso su e invece è vero. A questo punto sarei curiosa di sapere che relazione c’è fra l’acqua e lo sblocco delle idee…/Best advice ever tested to unblock: take a shower. I laughed it off and then found out it’s true. Now I’m curious to know what’s between water and the unblocking of ideas…

Di tutto quello che scrivi, le cose migliori sono quelle che non sapevi di avere dentro. E il 90% di quello che hai dentro non lo sai finché non scrivi/Of all you write, the best is always what you didn’t know you had in you. And ninenty percent of what you have in you, you don’t find until you write.

E’ impossibile scrivere di qualcosa di cui credi di sapere tutto. Lo devi ri-sapere tutto da capo/It is impossible to write about something you think you know inside out. You have to re-know it again from top to bottom.

Le idee non finiscono. Più ne usi, e più ne arrivano/You don’t run out of ideas. The more you use them, the more they come.

Scrivere ti collega a una comunità segreta. Tutti quelli che hanno scritto prima di te, quelli che lo faranno dopo di te. Ti senti solo ma non lo sei. Sei parte di una tradizione antica quanto la coltivazione della terra/Writing connects you to a secret community. All who wrote before you, all who will do it after you. You feel lonely but you’re not. You’re part of a tradition as ancient as farming the land.

Se credi che il disagio ti impedisca di scrivere, sbagli. Il disagio è esattamente quello che ti spinge a scrivere/If you think that discomfort prevents from writing, you’re wrong. Discomfort is what puts you to writing.

Etty Hillesum diceva: “l’unica cosa importante è farsi umilmente campo di battaglia”. E’ vero per fare un libro, ed è vero per fare un bambino./Etty Hillesum said: “The one important thing is to humbly make a battlefield of oneself”. It is true for making books and true for making babies.

6 Responses to “il campo di battaglia/the battlefield”

  1. cinzia Says:

    stavo riflettendo sull’ultima frase, del farsi campo di battaglia, frase vera per un libro e vera per un bambino. Prima di fare un bambino avevo un’idea totalmente diversa di quello che sarebbe stato per me in realtà. Non ti immagini mai qualcosa di disgiunto dal tuo essere, ma vedi nel figlio una tua proiezione. Poi il figlio arriva e mi rendo sempre più conto di come sia “altro” da me. E questo suo essere altro e indipendente con una sua vita davanti che non sarà parte della mia, ma sarà solo sua, è metaforicamente la mia battaglia. Una battaglia che è solo dentro di me, per imparare a lasciare che sia, ad accettare quello che vorrà fare anche senza condividerlo, perchè è giusto che cammini con i suoi passi. Per imparare che le mie paure per lui devono restare solo dentro di me e non impedirgli di fare le sue scelte. Mi devo mettere in gioco continuamente e questo mi fa scoprire aspetti di me che non conoscevo. Così è quando si scrive. E anche il tuo libro avrà presto una sua vita che non dipenderà più da te. Vorrà dire cose diverse per ogni persona che lo leggerà. Forse quello che fa paura è non poter “controllare la situazione” su qualcosa di così intimo e personale. Ma a ben pensarci, abbiamo mai veramente il controllo di qualcosa?

  2. marina Says:

    saggezza di Cinzia :) sì, da qualche tempo la questione del controllo qui spunta sempre più spesso; facciamo di tutto per controllare le cose e poi non solo scopriamo che è un’illusione, ma che le cose migliori e più radicali della nostra vita sono quelle in cui mettiamo in moto qualcosa che a un certo punto vivrà senza di noi.

  3. paolo Says:

    Ho voluta farla a piedi. Mi davano un passaggio ma l’ho rifutato. Da casa allo studio attraverso il parco, nella neve. 20 minuti. E l’idea di andare da qui in auto a piazza Napoli era un altro pensiero che si sommava agli altri pesanti che ho in testa da giorni e che mi faceva parlare e gridare da solo verso questo cielo: Ma dove sei? Dove sei finito?
    Poi mi è arrivata questa idea: ma io non ci posso andare! Giro di telefonate: traffico bloccato e annullo la mia partecipazione. Senza di me non si può fare? (mi fanno sentire importante ma è solo questione di soldi) e allora facciamo lunedì pomeriggio. Poi accendo il portatile. Le cose migliori mi stanno arrivando da qui. Le mail sono deludenti.
    Ma il blog no.
    Lo leggo e lo rileggo, lo stampo e ci scrivo sopra.
    E sono senza parole.
    Ammutolito.
    A un passo dal pianto.
    E questa volta lo sento: Ci sei!
    Perchè leggere è trovare risposte a domande che ti girano per la mente e ti fanno fare un passo avanti.
    Ieri ho preso una decisione. Tanto importante e quindi tanto sofferta.
    E oggi trovo questa frase:

    18 sentenze. 18 distillati. Un lavoro di alto artigianato.

    Takk Marina!

    [e grazie anche al “cuore pensante della baracca” :) ]

  4. paolo Says:

    oops

    [Il mondo non aspetta che tu decidi, e tu decidi solo quando dici ad alta voce “lo faccio”, non prima]

    Questa è la frase che copia-incolla ha lasciato indietro :-D

  5. paolo maggioni Says:

    cara marina, queste parole sono semplicemente bellissime e piene. grazie.

  6. Anonymous Says:

    Anche se non sono uno scrittore, probabilmente anche perche’sono uno di quelli che si sentono impediti a farlo da un qualche disagio, quello che dici con tanta forza, chiarezza e finezza e’ semplicemente splendido. Grazie, davvero.
    No, non siamo se non un campo aperto di possibilita’ imprevedibili, un intreccio inestricabile di sentieri le cui mete, anche se note, non saranno mai sotto il nostro completo controllo, perche’ non siamo un qualcosa che esiste prima di metterci in cammino, ma esistiamo solo in quanto viandanti e il nostro passo, pesante a volte, leggero ed alato altre, e’costantemente modificato dal terreno sul quale ci muoviamo.

    Sono a dir poco commosso e toccato per il fatto che hai citato E.Hillesum perche’ giusto qualche ora fa mi trovavo ad Auschwitz…

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