è ora/it’s time
La questione di questi giorni è come usare la mia voce scrivendo. Lotto perché non sia invadente, supponente, infantile o banale. Scopro di vivere ancora ai primi giorni di liceo, quando ti dicevano se sapevi scrivere, ma si guardavano bene dall’incoraggiarti ad avere qualcosa da dire. E se adesso invece avessi un sacco di cose da dire e non sapessi come scriverle? Il grosso delle spinte che ho ricevuto in queste settimane va nella direzione di liberare la mia voce, che incosciamente travesto, nascondo, seppellisco. Non lo facciamo forse tutti, nel tentativo di aderire a una forma accettabile di convenzionalità, rinunciando alle cose che ci rendono speciali e diversi? Ma la massima ironia è che avevo sempre visto la voce orale, quella che uso alla radio, come separata da quella scritta. Quando la verità è che si tratta della stessa voce. Non a caso si chiama voce. Quante volte pensiamo di doverci sforzare terribilmente, inseguendo un modello astratto, quando la cosa migliore sarebbe fidarsi di quello che ci viene naturale?
The subject these days is how to use my voice in writing. I struggle not to make it pushy or self-righteous or childish or corny. I found myself living at the time of junior high, when they would tell you that you were good at writing but never made an effort to encourage you to have something of your own to say. And what if now I have a lot to say but don’t know how to say it? The bulk of the spurs I’ve received in the last few weeks all go in the direction of freeing my voice, which I’ve been disguising, hiding, burying deep. Don’t we all do that, trying to stick to an accettable form of conventionality, renouncing the things that make us special and different? But the biggest irony is that I always considered my speaking voice, the one I use everyday on radio, as separated from my written voice. Truth is, it’s the same voice, and we don’t call it voice for nothing. How often do we struggle terribly, chasing an abstract ideal, when the best thing would be to trust what comes to us naturally?


January 19th, 2010 at 12:21 pm
Sto seguendo un corso base di teatro e ogni volta che devo usare la mia voce mi scontro che un mondo che non avevo mai osato indagare, ma un mondo davvero bello e sorprendente, perché non è solo quello che abbiamo da dire che conta, ma sopratutto come quella cosa la diciamo, dove diamo più enfasi alle parole oppure come diciamo una singola parola.
Lo scritto, altro mio grande cruccio, a pensarci bene non è ben diverso dalla voce.
Andrea
January 19th, 2010 at 2:51 pm
quello che dici mi fa pensare che a volte la voce sia come il cervello, ne usiamo troppo poco, in modo trascurato, mentre ha un mare di potenzialità inesplorate. E poi, è nell’esplorarla in profondità che emergono le nostre doti più originali. Sembra che i nostri strumenti di espressione siano un po’ delle biciclette malconce, chissà quanta strada potrebbero fare con un po’ di olio e di esercizio :)
January 19th, 2010 at 8:28 pm
e probabilmente ci porterebbero in luoghi inesplorati, che non immaginavamo neanche potessero esistere, ma che sentiremmo come nostri, da sempre nostri. Ma che fatica sistemare queste biciclette sgangherate!