la casa

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Con questo link al blog di Keri Smith festeggio i tanti anni che ormai sono passati da quando ho cominciato a leggerla, a comprare (e usare) i suoi libri, e a imparare da lei quando ancora della rete non sapevo niente. E Amanda Palmer, che per festeggiare il suo milionesimo follower su Twitter ha scritto una cosa fantastica sul suo punk e il folk di Pete Seeger e la “chiesa” del web e la sua idea di farsi “usare”. E le creature vicine e lontane che mi stanno ispirando a costruire una casa che ancora non c’è.

Alaa

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(fotografia di Ahdaf Soueif)

“E’ arrivato l’inverno”, scrive Omar Robert Hamilton davanti alla pericolosa indifferenza che circonda questa volta la detenzione di suo cugino Alaa Abd El Fattah, blogger e attivista simbolo della rivoluzione egiziana. Non si tratta solo di simboli. Il coraggio personale e la limpidezza morale di Alaa sono stati, e sono, fra le cose che più mi hanno trasformato in questi tre anni. Quando mi sembra che non ci sia nulla che posso fare, l’unico modo che conosco per reagire è scrivere, o tradurre per gli altri ciò che qualcun altro ha scritto. Perciò ho tradotto l’articolo di Omar e lo trovate qui.

He had black eyes, black T-shirt, pale skin. He was curious, sometimes suspicious, a voracious reader, and a sonic explorer. An obscure guitar pedal was for him another kind of poem. He was our connection to the infamous air of the Factory. He had made Edie Sedgwick dance. Andy Warhol whispered in his ear. Lou brought the sensibilities of art and literature into his music. He was our generation’s New York poet, championing its misfits as Whitman had championed its workingman and Lorca its persecuted.

Patti Smith for Lou Reed

si ya es un mùsico polìtico

Bruce Springsteen – Manifiesto (Live in Santiago, 09/12/13) from Columbia Records on Vimeo.

E’ quasi autunno, diluvia, e non mi aspettavo di rivedere così presto la “repubblica della coscienza”. Il 12 settembre Springsteen sale sul palco con la E Street Band per la prima volta a Santiago del Cile, a quarant’anni esatti dal golpe di Pinochet. Ci chiediamo in tanti quanto sarà precisa la messa a fuoco della sua lente politica – infallibile a casa, più cauta all’estero. Dopo una scaletta compatta di canzoni di lotta e di lavoro, tornando sul palco per l’ultima lunga manciata di bis parla in spagnolo. Del viaggio in Argentina del 1988 con Amnesty International, delle famiglie dei desaparecidos e del dispiacere per l’incontro mancato allora col Cile. Poche parole, piccole chiavi sufficienti a schiudere il cuore di quelli che sono lì e di tutte le persone di buona memoria che domani lo vedranno in remoto da ogni parte del mondo. Una piccola cosa scritta con cura in inglese e fatta tradurre in spagnolo, letta con difficoltà dal leggio, al buio, con la sagoma di Nils Lofgren appena più indietro, che si prepara sulla sua chitarra spagnola. Rapido, Bruce passa dal ricordo a una dichiarazione d’intenti: “si ya es un mùsico polìtico…”. Il dubbio e la domanda a cui ha risposto senza esitazioni ogni giorno negli ultimi dieci anni – la strada che oggi riconosce predestinata, genetica, strutturale alla ragione stessa per cui suona e continua a suonare – la coerenza del passato che lo sostiene proiettandogli davanti ponti invisibili. “Si ya es un mùsico polìtico, Victor Jara…” Fa una pausa. Lo stupore del pubblico quando pronuncia quel nome, il nome del cantautore torturato allo stadio di Santiago, assassinato cinque giorni dopo il golpe, scaricato in un fosso, le matrici dei suoi dischi bruciate nel vano tentativo di cancellarlo dalla faccia della terra. “Si ya es un mùsico polìtico, Victor Jara… continúa siendo una gran inspiración. Es un regalo estar aquí y lo tomo con humildades”.

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